Gjorce Stavreski

L'ingrediente segreto

È una scienza precisa, la pasticceria, fondata su passaggi che non possono essere invertiti, tempi di cottura da rispettare e dosi da seguire alla lettera. Per fare una buona torta, allora, come quelle che Vele (Blagoj Veselinov) cucina nel buio di una casa semplice e dimessa, in gran segreto, per il padre malato di cancro, ci vuole attenzione e equilibrio delle parti. Due qualità che, forse, servono, specularmente, anche per sopravvivere a una vita difficile, in una periferia di un Paese dell’Est Europa non particolarmente ricco di
prospettive future, nonché, per assonanza, per creare una black comedy di successo, come L’ingrediente segreto.

L'ingrediente segreto, il lungometraggio di Gjorce Stavreski, vincitore, nella scorsa edizione, del Bergamo Film Meeting, imparando dall’arte culinaria trova infatti il perfetto bilanciamento tra il dramma di una relazione padre e figlio incrinata dalla malattia, ma anche (come rivelato nella seconda metà del film) dalle difficoltà dell’affrontare, con scarso dialogo, i problemi del passato, da un lato, e i momenti divertenti, spesso giocati su battute sarcastiche, dall’altro. Protagonista della vicenda è Vele, un eroe antieroico, spesso impulsivo e
incosciente, ma con una sola missione: aiutare il padre. “Mi invento qualcosa” è la frase che più spesso lo si sente ripetere, quasi come un mantra, mentre si improvvisa ladro, spacciatore per mancanza di denaro e necessità, e “traditore” del proprio genitore per volontà di far del bene. Vele sbaglia tutto – viene picchiato per aver venduto droga nel posto sbagliato, si mette nei guai facendosi inseguire da narcotrafficanti – ma lo fa in un modo tutto comico e goffo che, paradossalmente, gli consente di cavarsela in ogni situazione. 

Muovendosi in una Skopye grigia e spenta, perlopiù in interni dimessi come la ferrovia e la sua umile casa, l’uomo vive e attraversa tutte le criticità del suo Paese. Con sguardo ironico, sarcastico, mai malevolo e con un’ironia molto spesso più amara che esilarante, Stavreski ci racconta allora di quanto la sua Macedonia sappia essere “credulona”, così spesso bisognosa di confidare nel miracolo e nelle parole di un santone che vende acqua intelligente o cucina torte “prodigiose”; di quanto sappia essere affranta e priva di speranze, nella convinzione che “qui si muoia, non come in Svezia” e in quell’apatia ai limiti della depressione che fa esclamare “spara, uccidici, salvaci da questa miseria”. Pur sfociando in trovate grottesche, come il personaggio del criminale sordo, e in gag al limite del teatrale, il regista macedone racconta quindi un Paese dai valori distorti – il padre che ha come prima preoccupazione sapere se il figlio abbia piazzato le scommesse -, retrogrado, omofobo, pregiudiziale e permissivo. La droga è illegale, ma è ovunque. La droga può avere effetti devastanti (spesso ironicamente distorti, nelle parole di chi ne parla con scarsa cognizione di causa), ma può anche, improvvisamente, essere vista come una polvere magica che tutto aggiusta, dalla paralisi, all’omosessualità. Ride delle sue origini, Stavreski, prende in giro la sua gente, e confeziona una black comedy delicata, precisa come una torta ben riuscita.

IL FILM

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Gjorce Stavreski
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