Babak Anvari

L'ombra della paura

Una didascalia in apertura illustra il contesto storico del film: siamo in Iran, durante gli otto sanguinosissimi anni della guerra contro l’Iraq. Le immagini di repertorio dei titoli di testa mostrano bombardamenti sui civili iraniani e il loro responsabile, Saddam Hussein. Siamo nell’88, l’Iran è nel pieno della rivoluzione islamica e fin dalla scena iniziale i segnali del cambiamento ormai avviato sono ovunque: in un corridoio dell’università affollato di donne coperte dal velo integrale, un altoparlante diffonde musica patriottica. L’altoparlante, strumento paradigmatico della propaganda di regime, parente stretto dell’interfono di Two & Two (precedente cortometraggio di Babak Anvari anche in quel caso ambientato in un contesto scolastico), annuncia che alcuni cambiamenti sono in atto e che, come poi avrebbe spietato un maestro, due più due sarebbe stato uguale a cinque. Le affinità tra il corto e L’ombra della paura (horror iraniano presentato al Sundance lo scorso anno e ora visibile su Netflix) sono inoltre confermate dal fatto che l’attore interprete del maestro interpreta il ruolo del rettore della scuola: la critica all’indottrinamento imposto e alla soppressione della libertà di pensiero è più che mai evidente, tanto più che Shideh, la protagonista, si vede negato l’accesso agli studi a causa del suo attivismo politico durante il ’79.

Per la trama del suo primo lungometraggio, Anvari attinge direttamente dalle proprie vicende autobiografiche: nell’88 aveva appena 5 anni e il padre medico era stato mandato al fronte lasciando moglie e figlio nella capitale iraniana. È lo stesso destino a cui va incontro Dorsa, la bambina figlia di Shideh, che si ritrova con la madre sotto ripetuti attacchi missilistici. Ed è proprio un missile inesploso, caduto sul loro palazzo, a portare con sé qualcosa di oscuro e inspiegabile: Dorsa comincia a fare strani sogni e la sua bambola preferita, Kimia, sparisce nel nulla. Poco dopo scomparirà anche la videocassetta di Jane Fonda che Shideh possiede illegalmente e che usa tutti i giorni per allenarsi. Shideh è una donna forte ed emancipata che, pur essendo stata costretta ad abbandonare gli studi, si rifiuta di rinunciare alla propria indipendenza. Perciò decide testardamente di rimanere a Teheran, nonostante tutti facciano il contrario e nonostante le critiche del marito.

Shideh, che convive ogni giorno con il rimpianto di non essere diventata medico, si ostina a voler curare e riparare tutto, ma senza successo: come non riesce a rianimare l’anziano colpito da infarto e a far passare la febbre alla figlia, così anche il nastro adesivo, con cui tappezza ogni cosa, si rivela inutile. Anzi sembra addirittura rinchiuderla nell’oppressione claustrofobica di quelle pareti infestate: l’ombra a forma di croce che lo scotch getta su di lei è un’evidente metafora della sua prigionia domestica. Quando gli episodi inspiegabili cominciano a coinvolgerla, Shideh inizia a dare ascolto alle storie sui Djin, demoni della tradizione orientale in cerca di qualcuno da perseguitare. E, come in ogni horror che si rispetti, sarà un libro a infrangere la razionalità del protagonista più scettico: si tratta di The People of the Air di Saedi, un trattato sugli spiriti che Anvari lesse da ragazzino.

Se inizialmente la macchina da presa segue le vicende dei due coniugi con un andamento tipico del dramma famigliare alla Farhadi, al cui film Una separazione lo stesso regista dice di essersi ispirato, a mano a mano che il mistero si infittisce adotta uno sguardo sempre più inquietante, cominciando a vestire i panni di un ospite indesiderato: si sdraia sul letto di fianco alla donna, la spia da un angolo e si nasconde nell’ombra…

È senza dubbio l’occhio del Djin, che tutto vede senza essere visto. Il film assume perciò i contorni di un classico dell’orrore, tra porte che sbattono, jumpscare, riflessi specchiati nello schermo del televisore. Ma L’ombra della paura è un horror in cui il male si insinua nei meandri della quotidianità fino a impossessarsi di ogni cosa. Come quando Shideh, dopo essere stata arrestata perché non indossava il velo, torna a casa coperta da capo a piedi e, vedendosi nello specchio, si spaventa. Il fantasma prende le forme di uno chador e riflette la paura più grande di Shideh: non essere in grado di fare la madre. In fin dei conti è questo che sono, gli incubi, nel vero senso etimologico del termine: spiriti maligni che “giacciono sopra”, demoni che schiacciano il petto, proprio come i Djin.  Spettri che vagano nel vento in cerca di qualcuno da possedere. E il vento soffia, come scritto nel libro di Saedi, «dove la paura e l’ansia si annidano».

IL FILM

Under the Shadow
Babak Anvari
Uk-Giordania-Qatar, 2016, 84'
Sceneggiatura:
Babak Anvari
Fotografia:
Kit Fraser
Montaggio:
Christopher Barwell
Cast:
Narges Rashidi, Bobby Naderi, Avin Manshadi, Arash Marandi, Ray Haratian
Produzione:
Wigwam Films
Distribuzione:
Netflix

Teheran, 1988. Shideh e sua famiglia vivono nel caos del conflitto tra Iran e Iraq. Accusata di eversione dal governo post-rivoluzionario ed espulsa dalla facoltà di medicina, Shideh affronta un periodo difficile, che si acuisce quando suo marito viene arruolato e spedito al fronte. I bombardamenti sulla città e la sanguinaria ribellione nel paese allontanano madre e figlia l’una dall’altra: Dorsa mostra segnali di squilibrio, mentre Shideh oscilla nelle sue ossessioni tra ciò che è reale e ciò che non lo è. 




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