Joe Wright

L'ora più buia

Certo, alla fine si parlerà soprattutto di Gary Oldman, della sua interpretazione di Churchill, dell’abbondante make-up per farlo somigliare al premier britannico, della trasformazione fisica, della preparazione severa e dell’estenuante lavoro per trovare la perfetta mimesi con il personaggio. Queste sono le cose che piacciono al pubblico e ancor di più a Hollywood. E il recente Golden Globe come Miglior attore in un film drammatico vinto da Oldman anticipa una probabile celebrazione da parte dell’Academy ai prossimi Oscar (in attesa delle nomination che saranno svelate fra pochi giorni).

Dire che l’attore non meriti tanta gloria sarebbe sbagliato: è bravo, preciso e molto abile a restituire a Churchill un’ombra di inquietudine e una vena di incertezza quasi inedite. Insomma, ad aggiungere qualcosa di nuovo all’immagine dell’uomo scorbutico ma bonario e del politico risoluto e testardo che tutti abbiamo in mente quando pensiamo al Primo ministro inglese.

Tuttavia, L’ora più buia dovrebbe essere anche altro, oltre che una biografia di Churchill durante le settimane che vanno dall’elezione a premier fino alla messa in atto dell’evacuazione delle forze armate inglesi da Dunkerque. Dovrebbe, perché ogni film storico (se non è solo un film in costume) in un modo o nell’altro i conti con la Storia li deve fare e non può non affrontare i grandi temi che mette in campo. L’ora più buia resta invece ancorato alla descrizione del personaggio di Churchill, rappresentandolo (con vago compiacimento) attraverso vizi, abitudini e modi di fare della vita privata, come la passione per il cibo o i vizi (fumo e alcol), il carattere spigoloso o l’amorevole rapporto con la moglie Clementine. Ma anche per mezzo delle relazioni con i compagni di partito, gli avversari, i vertici militari e, ovviamente, re Giorgio VI. Una serie di personaggi che però non ha alcuna profondità drammaturgica (figuriamoci storica) e che esiste solo in funzione del protagonista, ruotandogli attorno come le facce di un album figurine.

Va da sé che il tentativo di gettare uno sguardo sulla Storia, è presto frustrato dall’ostinazione di dare di Churchill un ritratto privato che si vorrebbe inconsueto e di renderlo una figura romantica, in perenne conflitto con il proprio ruolo e con il concetto di potere. In fondo niente che non sapessimo già. Quello che sappiamo meno però è se esiste la possibilità di osservare la figura di Churchill con spirito critico, magari chiedendoci se un messaggio come «non vi prometto che lacrime, sudore e sangue» sia ancora attuale o se è stata la storia dei vincitori a legittimare un tale messaggio politico. Ma anche se si può ragionare su tali temi su un piano più astratto, ipotetico e meno legato alle cose, alle persone e all’idea romantica che abbiamo dei nostri nonni che hanno vissuto la guerra (la sequenza della metropolitana è difficilmente sopportabile in un film del 2017).

Non c’è bisogno di scomodare Nolan (o forse un pochino sì) per capire come in Dunkirk – che racconta la medesima vicenda dalla prospettiva dell’altra sponda della Manica – il problema non sia nemmeno il racconto della Storia, ma una sua “messa in forma” come racconto e come sguardo. Nolan fa dell’Operazione Dynamo uno spunto per provare a dare un senso, anche estetico, al concetto di guerra e per spostare il ragionamento sul piano della rappresentazione. Non è un caso che il punto di vista per Nolan sia il collettivo e mai il singolo.

E non è un caso che il discorso di Churchill alla BBC, con cui entrambi i film si chiudono, in Dunkirk (dove non appare mai il personaggio del Primo Ministro) filtri solo attraverso le pagine dei giornali lette dai soldati che tornano a casa. Come fosse un documento stampato su un libro di storia – dove il patriottismo assume un valore morale e non ideologico – più che un discorso la cui retorica si debba rivolgere in qualche modo anche a noi che guardiamo.

Insomma pur essendo due film molto diversi e con intenti decisamente differenti, Dunkirk e L’ora più buia suggeriscono come la Storia possa essere un dispositivo estremamente manipolabile. E, inteso che la manipolazione della Storia da parte del cinema sia un diritto sacrosanto, dicono anche come le prospettive che si possono adottare siano molteplici. Il film di Wright sembra prendere una direzione ibrida, che trascura il retroterra storico, non adotta un pensiero ragionato e si confonde sul messaggio da tramettere. Rischiando di sovrapporre la propria visione a quella di un qualsiasi biopic televisivo o, nella migliore delle ipotesi, di un documentario da canale tematico.

IL FILM

Darkest Hour
Joe Wright
Gran Bretagna, 2017, 125'
Sceneggiatura:
Anthony McCarten
Fotografia:
Bruno Delbonnel
Montaggio:
Valerio Bonelli
Musica:
Dario Marianelli
Cast:
Stephen Dillane, Ronald Pickup, Richard Lumsden, Nicholas Jones, Lily James, Kristin Scott Thomas, Gary Oldman, Brian Pettifer, Ben Mendelsohn
Produzione:
Working Title Films, Perfect World Pictures
Distribuzione:
Universal Pictures

Churchill appare inadatto a ricoprire il ruolo di Primo Ministro, soprattutto in un contesto come quello europeo che è ai limiti della disperazione. Gli Alleati continuano a raccogliere sconfitte contro le truppe Naziste e con l’intero esercito britannico arenato in Francia, Churchill riceve la guida del governo con grande urgenza il 10 maggio 1940. Mentre la minaccia di un’invasione del Regno Unito da parte delle forze di Hitler insorge e 300.000 soldati della Regina sono bloccati a Dunkirk, Churchill si trova a combattere con le trame interne del proprio partito e con Re Giorgio VI. La situazione è drammatica: negoziare una pace con la Germania nazista salvando il popolo britannico a costi indicibili o combattere contro un destino che si mostra avverso.




TRAILER