Gore Verbinski

La cura dal benessere

Provate per un attimo a pensare se più o meno a metà de Il sesto senso fosse stato possibile intuire che Bruce Willis stava in realtà interpretando un morto; o se fin dall’arrivo al Bates Motel di Psyco ci fossimo accorti che Norman aveva qualche problema di personalità; o ancora se ne I soliti sospetti avessimo capito da subito che la faccia da furbetto di Kevin Spacey ci stava nascondendo qualcosa. Ecco, provate a pensare se il gioco di prestigio su cui questi film hanno fondato il proprio successo non fosse riuscito ad ingannare le platee di tutto il mondo; se tutta la tensione e lo stupore dell’essere sorpresi si fossero esauriti dopo pochi minuti; se quindi i più celebri colpi di scena della storia del cinema non fossero entrati nella Storia. È molto probabile che questi, come molti altri film del genere, non avrebbero mai potuto far parte dell’immaginario collettivo o della cultura cinefila universalmente condivisa e, senza di loro, la settima arte avrebbe agli occhi di tutti molto meno fascino. 

Eppure è un dato di fatto che la capacità del cinema di ingannare e stupire quasi come un numero di magia sia una qualità innata: su questo Christopher Nolan ha fatto un film che è quasi un saggio, Caparezza ha scritto una canzone e M. Night Shyamalan c’ha costruito un’intera carriera. Sono infatti moltissimi gli esempi di film costruiti come giochi di prestigio, il cui motore trainante altro non è che il colpo di scena finale; macchine illusorie perfette che depistano e seminano falsi indizi per tutto l’arco della propria narrazione, con l’unico scopo di lasciare di stucco lo spettatore, regalandogli poi la soddisfazione di tornare a casa con in tasca la soluzione del trucco.
A questa categoria vorrebbe appartenere anche La cura dal benessere di Gore Verbinski se non fosse che già nei primissimi minuti viene offerta allo spettatore, in maniera chiara ed evidente, la soluzione all’inganno attorno a cui ruotano le quasi due ore e mezza del film. 

La storia è quella di Lockhart, un ambizioso giovane broker di Wall Street, che parte alla volta di una clinica del benessere, situata in una remota località tra le Alpi svizzere, per persuadere l’amministratore delegato di un’importante azienda a tornare a New York insieme a lui. Quando arriva all’istituto trova ad accoglierlo una realtà alquanto surreale, in cui i pazienti in cura dicono di essere sereni e felici, ma sembra che i trattamenti, i cui effetti dovrebbero essere miracolosi, li facciano stare sempre peggio. In breve tempo, il direttore dell’istituto diagnostica a Lockhart la stessa patologia di cui soffrono gli altri pazienti, rendendolo di fatto prigioniero nel ritiro alpino e facendogli perdere progressivamente ogni contatto con la realtà.

Al centro di tutto c’è l’acqua: primi piani di bicchieri d’acqua, visioni con ragazze nell’acqua, getti d’acqua, rumore dell’acqua, pazienti immersi in immense vasche piene d’acqua, cure mediche a base d’acqua, pozze d’acqua, “mi raccomando signor Lockhart: beva sempre molta acqua”, acqua miracolosa, vortici d’acqua; persone che vivono con un bicchiere d’acqua in mano, ma poi muoiono disidratate. Diciamo che non ci viene proprio nascosto che in quell’acqua dev’esserci qualcosa che non va. Sembra quasi che Verbinski abbia deciso di fare il gioco delle tre carte in un’illogica variante a carte scoperte. Quasi come se David Fincher avesse inserito come prima scena di Fight Club una sessione di Edward Norton dallo psicologo in cui confessa di avere delle visioni: sarebbe stata una scelta a dir poco spiazzante.
In un certo senso, spiazzante lo è anche La cura dal benessere: come può un film costruito à la Shutter Islandin cui dubbi, visioni e misteri vengono risolti da una rivelazione finale – basarsi interamente su un colpo di scena fondamentalmente inesistente, ma riuscire al contempo a mantenere vivo l’interesse per la propria storia e a non smettere di intrattenere? Certo è che, visti gli incassi (a fronte di un budget di produzione di 40 milioni di dollari il film ne ha guadagnati poco più di 20 in tutto il mondo) e le recensioni negative, si sta parlando di un film fallimentare sotto quasi tutti i punti di vista

Vista l’insistenza, già a livello di storia e sceneggiatura, che il film riserva all’acqua come elemento centrale del mistero, si è portati a pensare che il grande colpo di scena finale, in fase di scrittura, non dovesse e non volesse essere poi così grande. Partendo da questo presupposto ci si accorge che in effetti tra quella che è la storia sulla carta e quella che è la messa in scena visiva c’è una distanza davvero enorme. Quasi come se La cura dal benessere in origine volesse essere uno spensierato b-movie che il suo regista ha provato a travestire da film di serie A di grande impatto.
In questo senso la sceneggiatura di Justin Haythe sembra infatti voler costruire un perfetto omaggio all’horror gotico, da Nuda per Satana a L’Orribile Segreto del dottor Hichcock, passando per I vampiri e La caduta della casa Usher: film il cui punto di forza era sicuramente l’atmosfera che permeava di mistero l’intera storia, piuttosto che il puntare tutto su una scioccante rivelazione finale. Film che, come ha scritto qualche giorno fa Pier Maria Bocchi parlando appunto di b-movie, rinunciano “alla comodità del pensiero e dello strumento conformi per concedersi all’immediatezza di un sentimento”. 

Immediatezza che viene invece persa con la regia forse troppo raffinata ed enigmatica di Verbinski, che dimostra costantemente di avere in testa ben altri modelli di cinema: i riferimenti a film come Arancia Meccanica, Shutter Island, Il maratoneta o Eyes Wide Shut sono evidenti, così come è evidente quanto il regista statunitense abbia deciso di puntare tutto sulla costruzione di un’atmosfera disturbante e ingannevole capace di sorprendere costantemente lo spettatore.
A conti fatti sembra essere proprio questa la ragione del fallimento del film: non sapere esattamente quello che vorrebbe essere. Una crisi d’identità simile a quella che attanaglia il suo protagonista, alla quale però Verbinski non è riuscito a trovare una cura. 

IL FILM

A Cure for Wellness
Gore Verbinski
Usa, Germania, 2017, 146'
Sceneggiatura:
Justin Haythe
Fotografia:
Bojan Bazelli
Montaggio:
Pete Beaudreau, Lance Pereira
Musica:
Benjamin Wallfisch
Cast:
Tomas Norström, Peter Benedict, Mia Goth, Magnus Krepper, Jason Isaacs, Ivo Nandi, Harry Groener, Dane DeHaan, Celia Imrie, Ashok Mandanna, Adrian Schiller
Produzione:
New Regency Productions, Blind Wink Productions, Studio Babelsberg, TSG Entertainment
Distribuzione:
20th Century Fox

All'interno di una Spa apparentemente accogliente si nascondono dei segreti oscuri. Il benessere dei clienti non è l'obiettivo prioritario del centro.




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