Claude Barras

La mia vita da Zucchina

Icaro, detto Zucchina, è un bambino solitario che passa gran parte del tempo nella sua soffitta disegnando. Il papà se n’è andato chissà quando, chissà perché. La mamma deambula tra un divano davanti alla televisione e il frigorifero, dove conserva una scorta di birra inesauribile. Un giorno, quasi per caso, Zucchina si ritrova orfano – forse per colpa sua – e viene portato da un poliziotto dolce e malinconico in una nuova casa, uno strambo istituto dove soggiornano bimbi senza famiglia. Ai piccoli ospiti i genitori (e l’infanzia) sono stati strappati da drammi quotidiani – la galera, la droga, l’espulsione, la violenza – e ognuno porta su di sé i colpi, più o meno tangibili, del dolore. Ma quando appare Camille, segnata da una tragedia indicibile, a Zucchina la vita sembra sorridere, almeno un po’ di più. 

La mia vita da Zucchina, opera prima di animazione diretta da Claude Barras e scritta da Céline Sciamma, è un minimale romanzo di formazione che, in poco più di un’ora, riesce a costruire un mondo e a descrivere, con una tensione capace di non scivolare mai nella retorica e nel piagnisteo, il dramma disagiato del crescere e la forza inspiegabile che porta a superare traumi e difficoltà. La tangibilità concreta dei pupazzi in plastilina dona al racconto una sofferenza morbida e un’ironia infantile che, in più di un momento, lascia stupefatti. Ma a sbalordire è soprattutto la scrittura di Sciamma – già alle prese con le paturnie dell’adolescenza nei suoi bellissimi film di finzione: Naissance des pieuvres, Tomboy, Diamante nero – che dimostra una delicatezza di tocco, una geometrica e controllata precisione di racconto, capace di mantenere costantemente il fragile equilibrio tra dramma e farsa, rendendo alla perfezione turbamenti e dubbi di un’età inquieta. La storia non evita di affrontare situazioni drammatiche e scabrose – i lutti, i soprusi, i primi dubbi sessuali – ma con lo sguardo sempre dritto al cuore dei sentimenti, consapevole che solo attraverso un’esperienza catartica ogni piccola vita piegata potrà tornare a sorridere.

Tutti i personaggi di La mia vita da Zucchina sono tratteggiati con disarmante semplicità, in ognuno di loro s’intuisce, attraverso caratterizzazioni delicate e cristalline, il dramma alle spalle e il futuro ipotetico di fronte. Zucchina è un bambino taciturno e talentuoso, si esprime attraverso i suoi disegni che, a più riprese, entrano nel film a formare una sorta di narrazione parallela. È proprio in quei momenti, in quelle lettere animate e colorate che il piccolo manda verso l’esterno, che il film di Barras trova una sorta di elevazione dalla concretezza morbida dei suoi protagonisti. In quel controcampo docile e creativo troviamo l’evasione da un quotidiano rubato, da una felicità negata, da una solitudine che insegue il sogno di una fuga e un’originale forma di racconto. Barras e Sciamma trovano il cuore della storia e dei personaggi nella loro capacità di sfuggire le regole, di inventare un colpo di coda, di essere fino in fondo infantili e imprevedibili. E anche la pacificazione finale, quindi, avviene naturalmente attraverso una separazione, un dolore che solo se vissuto fino in fondo rivelerà la sua malinconica dolcezza. 

La mia vita da Zucchina è per questo un film adulto con l’anima bambina, un piccolo gioiello che sceglie strade impervie per sollevare la storia da qualsiasi forma di paternalismo dolciastro. Un film che sa guardare al cuore senza esitazione, privo dell’angoscia di voler essere, a ogni costo, rassicurante.

IL FILM

Ma vie de courgette
Claude Barras
Svizzera, Francia, 2016, 66 min
Sceneggiatura:
Céline Sciamma
Fotografia:
David Toutevoix
Montaggio:
Valentin Rotelli
Musica:
Sophie Hunger
Distribuzione:
Teodora Film

Protagonista è un bambino di 9 anni, soprannominato Zucchina, che, dopo la scomparsa della madre, viene mandato a vivere in una casa famiglia. Qui, grazie all’amicizia di un gruppo di coetanei, tra cui spicca la dolce Camille, riuscirà a superare ogni difficoltà, abbracciando infine una nuova vita.




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