Wong Kar-Wai

La scacchiera della Storia (capolavoro!)

Proviamo a unire i puntini dei percorsi e delle azioni dei personaggi e delle cose di The Grandmaster (combattimenti compresi). Tiriamo le linee geografiche, fisiche, gravitazionali. Proviamo a tirare una linea da nord a sud (dalla Cina del nord degli anni ’30 a Foshan, nella Cina del sud), e un’altra verso sud-est (Hong Kong), e tante altre ancora che partono da Ip Man e a lui arrivano durante i duelli di Wing Chun con gli avversari, e attraverso quest’ultime tiriamo tutte le rette della pioggia battente che taglia in verticale (da nord a sud) la gestualità dei duelli (orizzontale e verticale), e ancora tiriamo le linee dei combattimenti dimostrativi e cerimoniosi nel bordello, fra scale (verticale) e pavimenti (orizzontale), e fra corpi che volano distesi in parallelo (orizzontale), e volti che si ritrovano e mezz’aria l’uno vicino all’altro (orizzontale), e ancora tiriamo le linee dello scontro sulla banchina fra Gong Er e Ma San (orizzontale e verticale) mentre un treno inverosimilmente lungo sfreccia velocissimo (orizzontale) facendogli da fondale.

Se proviamo a unire tutti questi fili impossibili, che corrono nei luoghi e nello spazio, tracce che non appena compaiono sono già svanite, si rivela un universo non dissimile da una scheda di sistema. È lì che passano le linee di The Grandmaster, vasi comunicanti che appaiono e scompaiono, intrecciati, trasmettendosi e trasmigrandosi, in una circuitazione che è processo e vita. Non c’è tempo per capire o vedere bene più dello stretto necessario.

Wong Kar-wai racconta un mondo e la Storia, e lo fa per mezzo di “rette” che uniscono e che dividono, che avvicinano e che distanziano. Lo fa con una “fretta” tragica, perché gli eventi storici, quelli importanti e definitivi, quelli che riguardano un’esistenza sola e un intero popolo, il privato e la società, fluiscono così di fretta che non si riesce a fermarli, a comprenderli, talvolta neanche a raccontarli.

Come in Lan Yu di Stanley Kwan, dove la Storia entrava nelle vicende dei protagonisti in maniera tangenziale ma non per questo meno determinante, così in The Grandmaster essa si sviluppa con un incedere imperturbabile, senza sosta, però rimane sullo sfondo, e spesso bastano delle didascalie a rilevarne l’importanza. Per Wong il privato è essenziale e grande esattamente come la Storia; e come per la Storia, anche per il privato spesso è difficile starci al passo, tanto che i personaggi vanno e vengono, vivono e muoiono, e c’è soltanto un cartello a dircelo.

I personaggi sono le rette che uniscono gli elementi e i puntini di The Grandmaster, perché il mondo di Wong è antropocentrico e umanista, e non c’è niente che valga di più di un uomo e di una donna. Anche nel combattimento è tutta questione di uomini e di donne, di orizzontale e di verticale, come indica l’epigramma kung fu, heng (orizzontale) e shu (verticale).

Un film di soli uomini e di sole donne, ma anche di uomini soli e di donne sole, che attraversano gli anni e che incrociano altri uomini e altre donne, altre linee (orizzontale) e altre piogge (verticale); un film pieno di tempo eppure senza tempo per spiegare il tempo, per sostare, per descrivere con maggiori dettagli (quanto vorremmo sapere di più del Razor di Chang Chen!). Questo è cinema che non chiede alle cose ma chiede alle persone di raccontarle, le cose, ovvero amore passione morte occupazione guerra distanza vendetta destino, la Storia, le storie. Però come possono le persone avere tempo per tutto ciò? 

The Grandmaster non è diverso da Ashes of Time, il capolavoro wuxia di Wong del 1994: solo che stavolta l’epica è più aperta, se vogliamo più lineare, forse addirittura più accessibile. Non è più tempo (ancora! il tempo!) di sperimentare, ma il tempo (ecco! il tempo!) per raccontare c’è ancora. Oggi, adesso, qui, in questa valle di sconforto assoluto, Wong recupera la grandeur classica di Il dottor Zivago e il romanticismo senza inibizioni di C’era una volta in America (citato esplicitamente), guardando alla Storia come a una scacchiera di linee orizzontali e verticali, un flusso di immagini e di suoni prodotti da uomini e da donne che si amano e si uccidono perché non possono non amarsi e non uccidersi: ed è ancora capolavoro.

IL FILM

Yut doi jung si
Wong Kar-Wai
Hong Kong, 2013, 133'
Sceneggiatura:
Haofeng Xu, Jingzhi Zou, Wong Kar-Wai
Fotografia:
Philippe Le Sourd
Montaggio:
William Chang
Musica:
Frankie Chan, Nathaniel Méchaly, Shigeru Umebayashi, Stefano Lentini
Cast:
Tony Leung, Ziyi Zhang, Cung Le
Produzione:
Block 2 Pictures, Sil-Metropole Organization, Jet Tone Production
Distribuzione:
Bim

Il film racconta la storia di Ip Man nel momento in cui viene scelto dal vecchio maestro Gong Baosen – rifugiatosi nel sud della Cina, dove Ip Man vive, in seguito alla guerra Sino-Giapponese – come suo successore. La figlia di Gong Baosen Gong Er però, educata anche lei all’arte del kung fu, è intenzionata a raccogliere l’eredità del padre e quando questi muore, sfida a duello Ip Man nonostante fra i due stia nascendo un affetto profondo.




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