Vincent Perez

Lettere da Berlino

Le mani sono state e sono, nel cinema, una delle grandi ossessioni di molti, da Bresson a Christopher Nolan. Una parte del corpo semplice, visibile, alla portata di tutti, ma allo stesso tempo capace di rivelare segreti e dar vita a scene di straordinaria poesia. Un soggetto che anche Vincent Perez, in Lettere da Berlino, ha voluto rendere centrale.

Il film è infatti una sequenza di mani: che aprono la busta verde contenente l'attestato di morte di un figlio, che stracciano la carta, che scrivono parole di resistenza. Sono mani che non lasciano molto spazio al gesto incantato, ma che, al contrario, lavorano il legno, perdono dita in incidenti, rubano, aprono finestre con l'obiettivo di porre fine alla propria vita e a una sottomissione ingiusta. Mani che ordiscono intrighi, che resistono, che nascondono e raccolgono cartoline. Mani che riempiono assenze intagliando un busto somigliante a una persona cara persa in guerra, che lo accarezzano, che si stringono quando ormai tutto è finito e non resta che rivelarsi l'affetto provato.

Un dettaglio che si fa simbolo della resistenza di Otto (Brendan Gleeson) e Anna Quangel (Emma Thompson), una coppia che, nella Berlino nazista, dopo aver perso il proprio unico figlio sui campi di battaglia, decide di ribellarsi e dire la verità sul regime attraverso centinaia di lettere anonime sparse per la città. Un piccolo gesto di “stampa libera”, che – come lo stesso Otto afferma - «è solo un po' di sabbia negli ingranaggi di una macchina, ed è perciò incapace di fermarli», ma che si fa eroico nel tentativo di smuovere le coscienze, di creare una crepa nel sistema, di andare contro il terrore.

Scrivere quelle cartoline diventa, per i due coniugi, anche una forma di elaborazione del lutto e dell'assenza: i silenzi e le distanze tra i due (anche fisiche), si risolvono stando seduti allo stesso tavolo, nella complicità della stesura, nella scelta delle notizie, nella pulizia dei guanti, nell'affrontare unitamente uno stesso pericolo: la cattura e la ghigliottina.

Alone in Berlin è il titolo originale, che sembra, a tratti, essere più calzante. Quello di Perez, infatti, pur con i limiti della produzione internazionale e della riproduzione letteraria, è un film sulla solitudine, sulle attese, sulla mancanza. Il tono è sempre sommesso (forse fin troppo, almeno musicalmente parlando), i letti nelle case sono sempre vuoti, e tutti aspettano qualcuno o qualcosa: poche righe dal fronte, una persona, il giudizio, la propria fine. Si attende, immobili, e per contrasto non ci si ferma quasi mai: si cammina, di fretta, sempre, e si salgono e scendono scale, continuamente. È tutto un vorticare, un annaspare, un tentare di resistere. Alla paura, al senso di abbandono e, sopra ogni cosa, ai Nazisti.

IL FILM

Alone in Berlin
Vincent Perez
Gran Bretagna, Francia, Germania, 2016, 103 min
Sceneggiatura:
Bettine von Borries, Achim Von Borries
Fotografia:
Christophe Beaucarne
Montaggio:
François Gédigier
Musica:
Alexandre Desplat
Cast:
Mikael Persbrandt, Louis Hofmann, Emma Thompson, Daniel Bruehl, Brendan Gleeson
Produzione:
Master Movies, FilmWave, X-Filme Creative Pool
Distribuzione:
Videa

Berlino 1940. Otto e Anna Quangel sono una coppia appartenente alla classe operaia che vive in un piccolo appartamento malmesso e che, come tutti, cerca di stare alla larga dai guai. Quando il loro unico figlio viene ucciso al fronte, la perdita spinge Otto e Anna a compiere uno straordinario atto di resistenza e rivolta. Iniziano così a diffondere per tutta la città cartoline anonime contro Hitler, con il rischio concreto di essere scoperti e giustiziati. Presto la loro campagna antinazista richiama l'attenzione dell'ispettore della Gestapo Escherich e inizia una spietata caccia all’uomo.




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