Jordan Peele

Noi

Non c’è dubbio che Noi sia un film politico, come più o meno chiunque ha detto e scritto a proposito del secondo film di Jordan Peele. Non c’è dubbio, perché il film stesso lo dice chiaramente a ogni passaggio, senza paura di passare per ridondante o puntiglioso. Anche Get Out - Scappa lo era, e anche in quel caso in modo manifesto; siccome però all’epoca pochi o nessuno si aspettavano da Jordan Peele un film così intelligente ed evidente nella sua interpretazione simbolica – per di più un horror, dunque un genere pronto in ogni situazione a essere politicizzato – per tutti fu una sorpresa.

Noi è la conferma di quella sorpresa, e inevitabilmente, viste le attese di cui è spesso circondata un’opera seconda, il segno di un’autorialità acquisita con eccessiva cognizione di causa. Il modo, poi, è tipico di molto cinema di questi ultimi anni, che per offrire una visione del mondo e della Storia sceglie di concettualizzare il contenuto manifesto di un film e la sua forma. Succede nei film di Nemes o Lanthimos, e succede negli horror di Jordan Peele

Noi è costruito a strati, è persino scontato ribadirlo: ciò che sta sopra, ciò che sta sotto, la matrice, la copia, l’individuo libero, lo schiavo, la figura, il riflesso e via discorrendo. Da una parte e dall’altra dello specchio, insomma, come nell’archetipo di Alice, con la sorpresa – sperando di non dire troppo della trama – che a muoversi non sempre è la parte da cui sta la macchina da presa. Volendo ci si potrebbe anche costruire su una riflessione poco scontata sullo scavalcamento di campo, che nel cinema classico era proibito e che qui diventa l’innesco della trama horror...

Non è però una semplice questione di intuizioni e trovate geniali. A Jordan Peele non mancano certo le idee, soprattutto se ciò che ci si aspetta da lui è proprio un film che assuma il compito di raccontare e mostrare il nostro tempo, la nostra società, le nostre paure. Le sue idee, però, invece di stratificarsi e dare vita a una superficie multiforme, si allineano una dopo l’altra come in una catena trovando conferma nelle immagini stesse del film (che sono argute perché pescano da un evento casuale del passato e lo ripropongono mutato di segno e al tempo stesso confermato in senso letterale). E il nostro tempo, la nostra società, le nostre paure – per quello che può capitare a noi, per quello che può venire da loro, per quello che gli altri rappresentano in termini di privilegio o rivendicazione – restano semplicemente esposte, e non invece espanse, nascoste e poi fatte riemergere come dovrebbe fare ogni film, e non solo ogni horror.

In Noi non c’è spazio per altro che non sia l’interpretazione offerta dal suo regista, come in fondo succede anche in Tramonto di Nemes, che con Noi condivide la riflessione sul doppelgänger. Con la differenza, però, che in quel caso la conformità fra la forma concettualizzata, il tragitto narrativo e il destino circolare di un mondo che per l’ultima volta avrebbe inscenato le sue dinamiche di potere, piaccia o non piaccia lo stile manierato di Nemes, si teneva perfettamente, trovando nei singoli stacchi di montaggio e nei raccordi di sguardo l’origine del senso manifesto del film. Peele, invece, una volta rivelata l'idea di base e il suo valore politico come sempre esplicito, aggiunge all'iniziale questione identitaria (il doppio) quella razziale (la famiglia nera benestante e quella bianca ancora più benestante) e più avanti quella sociale (l’originale e la copia, cioè l’escluso e il privilegiato), tirando fuori dal cilindro un twist finale che rimette in discussione l’intero film o peggio ne rende poco plausibile una buona parte. È un accumulo, non una progressione o una struttura.

Certo, le immagini della catena umana e della cornice di carta fanno da guida al film e ne riassumono il senso rendendo il discorso anche in questo caso coerente e preciso. Non per questo, però, non per il semplice fatto di essere mostrate, ribadite e pure spiegate con tutta la consapevolezza di cui un regista che sa il fatto suo è capace, sono per forza di cose trasformate in cinema che spaventa e interroga lo spettatore. Il metodo letterale e didascalico del cinema politico di Jordan Peele ha la sua importanza, non c’è dubbio; eppure al secondo passaggio ha già rivelato, più che la sua maniera, la sua costruzione elementare.

IL FILM

Us
Jordan Peele
Usa, 2019, 120'
Sceneggiatura:
Jordan Peele
Fotografia:
Michael Gioulakis
Montaggio:
Nicholas Monsour
Musica:
Michael Abels
Cast:
Yahya Abdul-Mateen II, Winston Duke, Tim Heidecker, Shahadi Wright-Joseph, Noelle Sheldon, Lupita Nyong'o, Kara Hayward, Evan Alex, Emile Alex, Elisabeth Moss, Duke Nicholson, Cali Sheldon, Anna Diop
Produzione:
Monkeypaw Productions, QC Entertainment, Universal Pictures
Distribuzione:
Universal Pictures

Tormentata da un trauma irrisolto del suo passato e sconvolta da una serie di inquietanti coincidenze, Adelaide Wilson, madre e moglie benestante, si trova in vacanza con la famiglia sulla costa californiana. Dopo un'intensa giornata trascorsa in spiaggia con alcuni amici, Adelaide, il marito e i due figli tornano a casa. Quando cala l'oscurità, i Wilson vedono sul vialetto di casa la sagoma di quattro figure che si tengono per mano...




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