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Max Barbakow

Palm Springs - Vivi come se non ci fosse un domani

Il loop temporale, vista la sua struttura fortemente connotata, la prima volta era apparso geniale, la seconda lo si poteva considerare un lecito e riverente omaggio, la terza era già diventato cliché. Palm Springs, a cui il titolo italiano aggiunge l’esortazione da teen movie Vivi come se non ci fosse un domani, prima regia di Max Barbakow, non ha paura di immergersi nel cliché. Anzi, vi ci sguazza. Come il cinico e distaccato protagonista Nyles, a mollo su un materassino in una piscina che ricorda l’impasse de Il laureato, forse soprattutto perché qualche inquadratura prima è stato incorniciato dall’affusolata gamba della sua fidanzata, come Ben da Mrs. Robinson cinquantatré anni fa.

Ci sguazza e vi si trova perfettamente a proprio agio, mutando lievemente solo alcuni particolari (un mellifluo «Good Morning» al posto dell’«I Got You Baby» con cui si svegliava ogni-santo-giorno Bill Murray in Groundhog Day) e bloccandosi in un preciso giorno senza ritorno, il 9 novembre, giorno in cui (nel 2016) fu eletto Trump e tutto si fermò. La perfetta riconoscibilità della struttura, fermata in una data a suo modo paralizzante, come premessa necessaria per allestire allegoricamente la performance degli (ottimi) attori e sfruttare l’attesa di un pubblico capace di comprendere in partenza la natura delle gag proposte.

Preannunciato dal record di acquisto più costoso mai avvenuto al Sundance (Hulu e Neon hanno sborsato per averlo 17,5 milioni di dollari e 69 centesimi, esattamente gli spiccioli che hanno permesso di battere il primato precedentemente detenuto da The Birth of a Nation, acquistato da Fox Searchlight nel 2015), Palm Springs è una commedia sentimentale che s’inserisce in una giocosa tendenza da mind games movie (almeno quanto lo erano Se mi lasci ti cancello e 50 volte il primo bacio) per puntare sul ritmo sincopato e sulla simpatia dei protagonisti.

Lui, il cinico Nyles, è Adam Samberg, un terzo del trio comico Lonely Island (gli altri due, Akiva Schaffer e Jorma Taccone producono, infondendo il loro stile a tutta l’operazione); lei, Sarah, biasimata dalla famiglia per i suoi eccessi alcolici e sessuali, è Cristin Milioti, volto attonito e sguardo pallato visto in un sacco di serie tv (tra cui Fargo e How I Met Your Mother). Insieme sono il motore della narrazione, condotta attraverso l’incontro, l’avvicinamento e il conseguente distacco, il nuovo incontro e l’unione, come da procedura consueta in ogni commedia sentimentale. Il tutto non spostandosi mai dal medesimo luogo, non tanto per amore dell’unicità aristotelica quanto per effettiva impossibilità surreale e quantistica (a un certo punto si abbozza anche una teoria per giustificare e risolvere l’inghippo: ovviamente non vi si insiste ma è il momento più debole del film). È questo il modo con cui Palm Springs allegorizza lo stallo affettivo dei due personaggi, confinandoli nel deserto durante un matrimonio solo apparentemente perfetto e bloccandoli nel medesimo istante che garantisce l’immortalità ma non la libertà dal dolore, che ciclicamente ritorna nelle spoglie vendicative della figura di Roy, interpretata da un luciferino ma profondamente saggio J.K. Simmons.

È la qualità della scrittura delle singole scene che anima le strutture (narrativa e di genere), basate su un déjà vu che non è solo un illustre riferimento, quanto esplicita volontà di replicare (e reiterare) uno schema noto per soffocare gli snodi e le aspirazioni dei personaggi, in modo da rendere angusta la prospettiva e nullo lo spazio di manovra tra una sequenza e l’altra. Spazio di manovra sempre identicamente frustrante, pur nella speranza di fuggire o di farla finita.

Il merito della sceneggiatura di Andy Siara è di riempire questi compartimenti stagni che conducono sempre allo stesso asfittico punto: ancora più della qualità dei dialoghi, talvolta inutilmente interlocutori, sono le scene incentrate sul linguaggio del corpo di Adam Samberg e sull’espressione perennemente smarrita di Cristin Milioti a determinare la netta differenza su tutto il contesto espressivo, come nel momento in cui Nyles tenta l’approccio con Sarah imitando le movenze degli invitati al matrimonio presenti nella pista da ballo. Il resto lo fa un montaggio puntuale che evidenzia ironicamente le azioni senza reali conseguenze dei personaggi (la breve scena dei rapporti sessuali di Nyles è da antologia), istruisce lo spettatore sulle norme intrinseche della narrazione e lo obbliga a porsi una domanda che potrebbe riguardare ognuno: è meglio rischiare con la prospettiva di fallire o adagiarsi per sempre in una confort zone senza prospettive?

IL FILM

Palm Springs
Max Barbakow
Stati Uniti, Hong Kong, 2020, 90'
Sceneggiatura:
Andy Siara
Fotografia:
Quyen Tran
Montaggio:
Andrew Dickler, Matthew Friedman
Musica:
Matthew Compton
Cast:
Andy Samberg, Camila Mendes, Cristin Milioti, J.K. Simmons, Meredith Hagner, Tyler Hoechlin
Produzione:
Culmination Productions, Limelight, Sun Entertainment Culture, The Lonely Island
Distribuzione:
I Wonder Pictures

Lo spensierato Nyles e la riluttante damigella d’onore Sarah si incontrano per caso a un matrimonio a Palm Springs. Per entrambi le cose si complicano quando non riescono in alcun modo a scappare dal ricevimento, da sé stessi, e soprattutto l’uno dall’altra, bloccati in un loop temporale tra amore, disillusione e confusione. Direttamente dal Sundance, uno dei film rivelazione dell'anno




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