Virág Zomborácz

Pesci fuor d'acqua

Una delle immagini ricorrenti di Mózes, il pesce e la colomba (versione italiana di Utóélet, che a livello internazionale è conosciuto come Afterlife) è quella di un pesce che cerca di combattere contro la presa salda dei pescatori che lo hanno strappato dalle acque e al tempo stesso contro l’impossibilità di respirare l’aria.

L’immobilità è la caratteristica che accomuna tutti i buffi personaggi di questa insolita commedia ungherese, con al centro un ragazzo in cerca di libertà ma costretto a fare inesorabilmente i conti con tante, troppe costrizioni: dalla famiglia opprimente al pregiudizio di un piccolo villaggio di periferia, fino addirittura al fantasma del padre, che non lascia libero il figlio nemmeno dopo la dipartita. 

L’obiettivo della regista esordiente Virág Zomborácz (che con il film ha vinto la 33° edizione del Bergamo Film Meeting e ottenuto riconoscimenti a Cannes, Valladolid, Vilnius e Timisoara) è quello di raccontare un classico coming of age: ma lo sguardo insolito sul protagonista, il Mózes del titolo, e soprattutto il racconto del legame padre-figlio al di là della vita e della morte rendono il lavoro curioso e appassionante.

Non c’è certo da fare troppi paragoni, ma ripensando a un altro e ben più importante film ungherese uscito recentemente, Il figlio di Saul, diventa evidente come in entrambi i casi il cinema di quel Paese faccia i conti con un sentimento di oppressione legato al passato. Un passato macabro e indelebile. Se però nell’opera di Nemes il legame embrionale con la memoria coinvolge soprattutto l’approccio stilistico, registico e narrativo del film, in Mózes, il pesce e la colomba spetta ai personaggi fare i conti con la presenza ingombrante del passato.

Il fantasma del padre di Mózes, infatti, non solo non dà tregua al figlio palesandosi in ogni situazione (anche la più spiacevole...), ma soprattutto non lascia che il ragazzo scelga liberamente la propria strada, indipendente dal suo giudizio severo di genitore. E che si tratti di uno spirito, oppure di una visione causata dai disturbi mentali del ragazzo, non ha alcuna importanza: il concetto resta quello. E cioè che per guardare verso il futuro, per crescere, migliorare o realizzarsi, bisogna ricominciare dalle proprie origini (in questo caso persino biologiche).

Esattamente come il pesce del titolo italiano, intrappolato e boccheggiante, che dopo una strenua lotta fra le mani dei suoi carnefici, riesce a tornare nell’acqua primordiale.

IL FILM

Utóélet
Virág Zomborácz
Ungheria, 2014, 95'
Sceneggiatura:
Virág Zomborácz
Fotografia:
Gergely Pohárnok
Montaggio:
Károly Szalai
Musica:
Ádám Balázs
Cast:
Márton Kristóf, Lili Rozina Hang, László Gálffi, Krisztina Kinczli, Eszter Csákányi, Andrea Petrik
Produzione:
Ferenc Pusztai
Distribuzione:
in collaborazione con Bergamo Film Meeting, Lab 80 Film

Mózes è un giovane insicuro che ha da poco terminato gli studi in teologia. Dopo un breve periodo passato in una struttura psichiatrica, torna a vivere con la famiglia in un villaggio nella pianura ungherese. La relazione con il padre, un autoritario pastore protestante, è decisamente complicata. Un giorno il genitore muore improvvisamente e il suo fantasma comincia a pedinare il figlio, l’unico in grado di vederlo. Mózes tenta inutilmente di liberarsi della scomoda presenza, facendosi aiutare da un meccanico appassionato di spiritismo; a nulla, però, valgono le strane pratiche suggerite dall'amico. Il giovane capisce che deve portare a termine le opere lasciate in sospeso dal pastore prima della sua dipartita. Si mette al lavoro, sostenuto dalla trasgressiva Angela, una giovane e attraente ex tossicodipendente che lavora per la parrocchia in un progetto di recupero sociale. Tra un accadimento bizzarro e l’altro, il percorso di liberazione è per Mózes l’opportunità per risolvere i suoi problemi di relazione con il defunto e trovare fiducia in se stesso.