Brian Helgeland

Quando l'istrionismo uccide un film

Ci sono due modi di vedere un film: per quello che è o per quello che avrebbe potuto essere. Nel primo caso la reazione è di piacere o dispiacere, nel secondo di rimpianto: alle immagini sullo schermo si sovrappongono quelle di un film mai scritto né girato, che pure – dati i materiali narrativi di partenza - avrebbe potuto vedere la luce.

Legend appartiene a questa seconda categoria. Muovendosi, come già il recente Black Mass, sulla scia del film biografico coniugato al genere gangsteristico, racconta la vicenda di Reggie e Ronnie Krays, fratelli malavitosi che tiranneggiarono il west end londinese negli anni Sessanta. La loro particolarità era di essere gemelli omozigoti, identici nelle fattezze quanto diversi nel carattere: più posato ed equilibrato l’uno, alle soglie della follia e della schizofrenia l’altro.

Pur autentica, la vicenda dei Krays sembra scritta apposta per il cinema, soprattutto perché il motivo dei due fratelli di fatto sdoppia un tratto canonico del gangster: la sua cupio dissolvi, sotto forma di irrefrenabile tentazione a distruggere, con violenza e passione, quello che, con razionalità e metodo, si è costruito in precedenza. È questo che fa del gangster una figura tragica, un tragic hero, per dirla con le parole di Robert Warshow: il modo accelerato, improvviso e insensato con cui avviene la caduta, una volta che i demoni del personaggio – di solito nella forma di un amore travolgente o di una passione incontenibile – prendono il sopravvento sulla sua capacità di salvaguardare l’impero di ricchezza e celebrità da lui stesso pazientemente costruito.

Già Scorsese in Casinò aveva intuito il formidabile potenziale drammatico di uno sdoppiamento del personaggio: l’apollineo De Niro e il dionisiaco Joe Pesci, l’uno incline a gestire il potere e l’altro a dilapidarlo, anime complementari di una figura sola, che – in epoca classica – veniva lacerata dall’impossibilità di tenere in equilibrio le due parti. Nei Krays il meccanismo è addirittura avvalorato in partenza dalla storia criminale, ed è per questo che possiamo parlare di Legend come di un’occasione perduta.

Probabilmente tutti se la prenderanno con il povero Brian Helgeland, che in effetti cammina sui clichès del genere come sulle uova, attento a non romperne nemmeno uno, col risultato di fare del film un oggetto di sterile eleganza vintage (interessa davvero qualcuno, come ci si vestiva, ci si pettinava e si ballava a Londra negli anni Sessanta?). Ma il vero colpevole in realtà è Tom Hardy, cui pure prevedibilmente andranno molti elogi, dato lo spessore della sua interpretazione. Ma è proprio qui, nel fatto che a interpretare i fratelli sia lo stesso attore, si trova il tarlo che alla lunga corrode il film e lo distrugge.

La prossimità fisica lascia il posto all’identità, il gioco degli uguali e degli opposti a un ritorno dell’identico, sotto nuove fattezze. I Krays smettono di essere l’emblema della natura contraddittoria del gangster per diventare l’emblema del talento dell’interprete, l’istrionismo attoriale uccide la statura tragica del personaggio: perché il suo tratto più lacerante non è racchiuso, come pure dovrebbe, in un corpo solo, né in due, ma in un corpo, lo stesso, che si sdoppia. Gemellarità fraudolenta, che esalta lo spettacolo ma uccide il pathos.

IL FILM

Legend
Brian Helgeland
UK, 2015, 131'
Sceneggiatura:
Brian Helgeland
Fotografia:
Dick Pope
Montaggio:
Peter McNulty
Musica:
Carter Burwell
Cast:
Tom Hardy, Taron Egerton, Emily Browning, Colin Morgan, Christopher Eccleston, David Thewlis, Paul Anderson, Tara Fitzgerald, Chazz Palminteri
Produzione:
Working Title Films, Cross Creek Pictures
Distribuzione:
01 Distribution

La vera storia dei famigerati gangster londinesi Reggie e Ronnie Kray, della loro ascesa e della loro caduta. Nella Londra degli anni '60, i due gemelli si impongono come punto di riferimento della criminalità organizzata, ma mancano in rovina il loro impero per colpa di lotte di potere e per amore della stessa donna.




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