Stephen Hopkins

Race – Il colore della vittoria di Stephen Hopkins

Quel che manca non è il ritmo narrativo, perché al film ci si appassiona. Non la ricostruzione storica, perché il biopic sembra rispettare la successione degli eventi con fedeltà convenzionale. Non le sequenze sportive, ben orchestrate, benché le più avvincenti arrivino nell’ultima mezzora. Non il disegno del protagonista, candido e tenace, volenteroso e coriaceo come forse lo era il vero Jesse Owens. Non la durata, una volta tanto doverosamente lunga e in linea con la rappresentazione dei fatti.

Dunque cosa manca a Race - Il colore della vittoria per essere un film riuscito? Probabilmente è un difetto di regia, perché Stephen Hopkins è visibilmente indeciso, rispetto alle intenzioni, su quale direzione prendere per focalizzare l’agonismo di un giovane nero e il suo desiderio d’imporsi correndo e contrapporlo agli interessi dell’America e al peso schiacciante ma inevitabile della Storia. D’altra parte, Hopkins è un artigiano che non è si mai elevato oltre una certa media professionalità, se pensiamo a prodotti quali Cuba Libre - La notte del giudizio, Blown Away - Follia esplosiva, Lost in Space o Under Suspicion; e se in Race lo spettacolo non manca, i punti deboli sono i medesimi già riscontrati in un’altra sua biografia, dedicata a Peter Sellers. La volontà del regista di delineare un quadro verosimile del personaggio si scontra col disagio di esprimere il proprio punto di vista, a scapito della ricostruzione filologica e di un’empatia dello spettatore (il che non sempre incide sull’esito, e in altri casi il prodotto si può definire buono).

Come suggerirebbe il titolo, aperto a più di un significato, l’apologo sull’atleta che conquistò quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi del ‘36 non si contenta di essere un’agiografia, condita con tutti i cliché, i luoghi canonici, le sfumature che l’argomento sportivo implica, se si considera che un film dedicato a Owens mancava ancora nella galleria dei campioni cui il cinema si è interessato. Race mira a un discorso ad ampio raggio sull’idea di ambivalenza: si pensi, ad esempio, alla contrapposizione fra sport e razza, che costringe il giovane afroamericano a misurare il proprio talento e la propria coscienza con una situazione, anche interna al suo Paese, dove la qualità agonistica importa assai meno di altro. A contare di più sono demagogia, fanatismo e interesse, obiettivi precostituiti dell’evento (in ciò si può individuare un’analogia col Colin di Gioventù, amore e rabbia di Richardson). E a sua volta, entro la sfera imperante e trionfalista del Reich, l’ambivalenza appare nella messinscena dello spettacolo olimpico, registrato nella messa a fuoco reale degli eventi – attento a non trascurare nulla di ciò che l’occhio della cinepresa documenta – e nel suo travisamento. In tale frangente l’ambizione del film gioca d’azzardo, e vince, con la filologia storica. E la ricostruzione del mito si rivela di suggestiva, ammirevole sincerità, senza purtroppo che il risultato restituisca organicità e compattezza.

L’intera struttura di Race è una stratificazione di storie parallele, a cominciare da quella di Jesse e della sua vocazione contrapposta a un pensiero arrogante e sinistro: i nazisti, certo, ma anche i coetanei wasp giocatori di football e il loro coach. Poi c’è lo scontro tra il presidente della federazione sportiva Jeremiah Mahoney (un marginale, invecchiato William Hurt) e il palazzinaro reggicoda dei poteri forti Avery Brundage (Jeremy Irons) sulla partecipazione degli Stati Uniti alle Olimpiadi. Sguardi antitetici come le figure femminili che fanno breccia nel cuore di Owens, la futura moglie Ruth Solomon e la femme fatale di turno, così come le stelle e strisce di un’ipocrita democrazia contrapposta a quella Germania, che il proprio odio razziale lo manifesta decuplicato. Per poi invertire senso di marcia, almeno all’apparenza, presentando agli occhi del mondo un Reich illuminato e una nazione pacificata, mentre in realtà sono in corso i preparativi più lugubri. Lo prova la scena in cui Larry Snyder si perde in città per trovare la fabbrica di scarpe da corsa per Jesse, in sostituzione del paio da lui acquistato in Inghilterra (e mai recapitato: ulteriore umiliazione, in odore di boicottaggio): un escamotage per mostrare, attraverso il personaggio, come la discriminazione degli ebrei sia già atroce ma solo nascosta.

Tra i numerosi lati distintivi, una similarità fa capolino nella complicità fra il protagonista e l’allenatore Larry: l’essere entrambi padri. Diverse però sono le aspettative, e più ancora il concetto di possibilità che le genera, il che porta il primo all’iniziale decisione di non gareggiare per lanciare un messaggio politico e il secondo a un riscatto individuale, attraverso il suo pupillo, su ciò che non è riuscito a ottenere. Ma l’antitesi tra personalità forti che si scontrano in nome di un interesse di segno opposto è speculare a un’idea di resa scenica: per cui l’ambizioso Goebbels vieta agli operatori di Olympia di riprendere Owens mentre gareggia, e Leni Riefenstahl, venerata dal Führer con gran dispetto di Goebbels e che solo al Führer era tenuta a rispondere, contravviene all’ordine senza timori di sorta. L’intenzione di Race di competere con la Storia del cinema documentaristico è troppo alta e scoperta per consentire al regista di Spiriti nelle tenebre di uscire indenne; ma è volenteroso, nel proprio protervo coraggio, il tentativo di misurarsi con qualcosa che non si areni al romanzesco o al timore dell’errore storico, o perfino alla volontaria mistificazione a favore della realtà romanzata. Presto spiegata la scelta di rappresentare il rifiuto di Hitler di incontrare l’atleta di colore, nella realtà salutato da lontano con un fugace gesto della mano, ma circolano varie e pittoresche testimonianze, ovviamente diverse, sull’episodio; la più accreditata è che il Führer non avesse salutato nessuno degli ori olimpici, con l’eccezione della tedesca “Tilly” Fischer. C’è spazio obbligatorio anche all’incontro, forse solo mitico, tra Jesse e la Riefenstahl che chiede al giovane di ripetere il salto in lungo nel corso di un fake.

Forse è proprio la dichiarata zavorra a permettere allo spettacolo, nella costante alternanza di schemi e figure al centro, di mantenere una tenuta e allo spettatore di non sbadigliare. Eppure Race non si propone per qualcosa di diverso da ciò che è: un compitino didattico in spirito decubertiano, come suggeriscono i segmenti di totale parità tra atleti bianchi e di colore, che in Germania mangiano e dormono insieme oppure, nel caso dell’avversario Long, si scambiano consigli sulle azioni di gara. Il film non è esente da luoghi comuni filmografici (il locale all black stile Cotton Club, dove Owens e i compagni di squadra sostano per una birra) o dalla maniera (le battute a effetto messe in bocca a molti personaggi, la vittoria di Jesse nonostante lo stupido infortunio causato da lui medesimo). Si sprecano citazioni e rimandi a uso e consumo dei cinefili: il rovinoso salto in lungo compiuto da Larry in stato di ebbrezza in uno stadio vuoto non può non ricordare Paul Newman nell’incipit de La gatta sul tetto che scotta; Owens che perde durante una gara dopo aver guardato l’avversario riecheggia il duello Abrahams-Liddell di Momenti di gloria. E ancora si può individuare l’influenza negativa della vamp sul campione (che torna a vincere solo quando irradiato dall’amore della madre di sua figlia), come ne Il migliore. Non mancano le didascalie tese a illustrare fatti e personaggi dopo le Olimpiadi, con annesse foto originali, né i minima moralia edificanti, come suggerisce la scena in cui il trionfatore Owens e signora sono obbligati a entrare dalla porta di servizio di un ristorante: contrariamente a quanto afferma Larry, una medaglia non ha alcun valore verso un pensiero collettivo irto di pregiudizio (sancito, durante la prima gara del giovane in patria, dagli epiteti dispregiativi degli spettatori sugli spalti). La dicitura che la Casa Bianca non riconobbe mai i meriti di Jesse come atleta, durante la campagna elettorale di Roosevelt, è lì a ribadirlo. 

IL FILM

Race
Stephen Hopkins
Francia, Germania, Canada, 2016, 134'
Sceneggiatura:
Joe Shrapnel, Anna Waterhouse
Fotografia:
Peter Levy
Montaggio:
John Smith
Musica:
Rachel Portman
Cast:
William Hurt, Vlasta Vrana, Tony Curran, Tim McInnerny, Stephan James, Shanice Banton, Shamier Anderson, Nicholas Woodeson, Moe Jeudy-Lamour, Michèle Lonsdale Smith, Marcus Bluhm, Larry Day, Jonathan Higgins, Jonathan Aris, Jesse Bostick, Jeremy Irons, Jeremy Ferdman, Jason Sudeikis, Jacob Andrew Kerr, Giacomo Gianniotti, Gaetan Normandin, Eli Goree, Dondre Octave, David Kross, Carice van Houten, Barnaby Metschurat, Bruno Bruni Jr., Andrew Moodie, Amanda Crew, Adrian Zwicker
Produzione:
Solofilms, JoBro Productions & Film Finance, Forecast Pictures
Distribuzione:
Eagle Pictures

La storia del pluricampione del mondo Jesse Owens che alle Olimpiadi del 1936 a Berlino vince 4 medaglie d’oro.




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