James Ponsoldt

The Circle

Come ha scritto Betsy Morais sul New Yorker, Il cerchio, il romanzo di Dave Eggers da cui è tratto il film di James Ponsoldt (e di cui lo stesso Eggers è co-sceneggiatore), «è il racconto di un osservatore, non di un partecipante». L’osservatore di un futuro nemmeno tanto lontano, di una distopia nemmeno tanto fantasiosa. Un mondo “completato”, dove una sola azienda ha messo insieme le tante identità che ciascuno di noi sperimenta su internet e Facebook, Google, Pypal e Amazon sono stati idealmente riuniti sotto un unico logo. Quello del Cerchio. Che un po’ alla volta si chiude attorno a tutto, alla politica e alla vita del singolo cittadino, al pubblico e al privato.

La forza del romanzo di Eggers (in Italia edito da Mondadori) sta nella sua voluta elementarità, nel racconto diretto – da osservatore esterno, per l’appunto – di un mondo che normalmente, banalmente scivola verso la dittatura del pensiero unico. Della visione unica. O, ancora oltre, nell’ossessione della visione totale (e dunque della sua condivisione). «Cosa stava succedendo nella sua testa», si chiude la protagonista Mae alla fine del romanzo, accanto al letto d’ospedale dove dorme la sua amica Annie. «Non saperlo era davvero esasperante, pensò. Era un affronto, una privazione, per se stessa e per il mondo».

Il Cerchio, la fantasiosa società della baia di San Francisco creata da Eggers, punta alla chiusura del mondo nei propri confini fisici e virtuali, e lo scrittore americano ne racconta l'attività persuasiva e insistente giocando sulla ripetizione delle situazioni, sull’accumulo di eventi e personaggi che si comportano come emissari di un volere unico eppure condiviso, sull'evidente e immediata atrocità del banale trasformato in eccezionalità. E fa capire con una lingua piana e oggettiva che un po’ alla volta il cerchio si sta chiudendo già in questo momento.

Il cerchio, il romanzo, è una predica contemporanea, un cautionary tale (genere tipico della cultura anglosassone) aggiornato agli anni Duemila. Esattamente come, all'opposto, Eroi della frontiera, l’ultimo romanzo di Eggers uscito da poco sempre per Mondadori, recupera un'altra tradizione americana e allestisce attraverso un viaggio nella wilderness dell'Alaska l'ennesima variazione di Walden, con la fuga di una madre e dei suoi figli che ribalta l’idea della chiusura dei confini e cancella ogni barriera o limite geografico. Eggers si sposta in una terra selvaggia per raccontare la rifondazione di un'esistenza singola, laddove nel Cerchio usa specularmente la deriva pebliscitaria della rivoluzione informatica come un progetto di palingenesi sociale. «I segreti sono bugie. Condividere è prendersi cura. La privacy è un furto», come recitano i principi guida del Cerchio, ripresi ovviamente da Orwell («La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza»).

Il fulcro del lavoro di Eggers rimangono l’origine della natura umana e la condizione del singolo nella società americana; il patrimonio di storie e retaggi che ogni cittadino ha a disposizione e l’uso che ne può fare. Un uso distorto, ovviamente, con il bisogno di conoscenza e trasparenza della democrazia che degrada nella persecuzione e l’altrettanto naturale bisogno di libertà che porta a una nudità dell’essere che è pura e semplice violenza verso sé e verso gli altri. A differenza di ciò che accade nel cautionary tale, le protagoniste di Il cerchio e di Eroi della frontiera non subiscono una punizione esemplare, ma sono condannate a vivere le loro stesse vite in un presente di indifferenza e solitudine. 

Non è un caso che in Il cerchio, il romanzo, Annie, l'amica di Mae, cada in rovina quando comincia a scavare nel passato della sua famiglia; il passato, la radice, l’anima dietro la persona non reggono la superficialità e l'eterno presente cui aspira l’identità digitale. E non lo è altrettanto, un caso, che in The Cirle, il film, l’episodio della malattia di Annie si risolva in un semplice ricovero e non nella sconfitta di un'ipotesi di conoscenza assoluta; o che, ancora, la questione del passato oscuro di una famiglia WASP non sia nemmeno tirata in ballo o che la chiusa orwelliana voluta da Eggers sia annacquata da una reazione di orgoglio della stessa Mae contro i suoi capi.

In generale, The Circle, il film, si limita a esporre il romanzo come un linea diritta, senza porsi alcuna questione sul rapporto fra immagine e parola. Ma che Ponsoldt lo sappia o meno, il cinema è già di per sé visibilità che mira alla totalità (o meglio, che la imita), senza le descrizioni a cui invece la parola è per sua fortuna costretta. Il cinema non avrebbe nemmeno avuto bisogno di trarre un film da un romanzo come quello di Eggers, che prende la realtà e la sua immediata trasfigurazione e la trasforma in un avvertimento. La deriva dell’immagine, la sua immoralità e pervasività (come indicato nell’unico momento intenso di un film altrimenti meramente espositivo: l'inseguimento in diretta di Mercer, l'ex fidanzato di Mae) il cinema le contiene e le gestisce di per sé. Il cinema, ancora, è completamento della realtà, suo ingabbiamento, e quindi raccontando l’insidiosa pratica comunitaria del Cerchio – che mira a rendere trasparente la vita di ogni individuo, impedendogli la libertà di scelta – ne disinnesca la pericolosità. O peggio, mette alle strette un bel romanzo e lo pone colpevolmente di fronte ai suoi limiti. 

IL FILM

The Circle
James Ponsoldt
Usa-Emirati Arabi Uniti, 2017, 110'
Sceneggiatura:
James Ponsoldt (dal romanzo omonimo di Dave Eggers)
Fotografia:
Matthew Libatique
Montaggio:
Lisa Lassek, Franklin Peterson
Musica:
Danny Elfman
Cast:
Patton Oswalt, Karen Gillan, John Boyega, Emma Watson, Ellar Coltrane, Tom Hanks
Distribuzione:
Adler Entertainment, GoodFilms

La giovane Mae riesce a trovare lavoro nella più grande azienda di tecnologia e social media del mondo, The Circle. Entusiasta delle opportunità a disposizione, Mae viene incoraggiata da uno dei responsabili della società, Eamon Bailey, a rinunciare alla propria privacy e a vivere la sua vita in un regime di trasparenza assoluta. Ma nessuno è veramente al sicuro quando tutti hanno la possibilità di guardare.




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