Gustav Möller

The Guilty - Il colpevole

Estremizzando, si può considerare ogni singolo momento di tensione all'interno di una narrazione una questione morale.

Perché è vero, come sostiene uno dei padri nobili della tensione cinematografica, Noël Carroll, che nella maggior parte delle occasioni la suspense si attiva quando l’esito di una situazione incerta propende verso un risultato intollerabile da un punto di vista morale. Altrimenti, fatto salvo il criterio d'identificazione con il protagonista, a chi importerebbe dell'esito di tale situazione?

The Guilty - Il colpevole, opera prima di un trentenne danese (ma svedese di nascita), Gustav Möller, premiato in una quantità imprecisata di manifestazioni, tra cui al Sundance (premio del pubblico) e al Torino Film Festival (migliore sceneggiatura e miglior attore a Jakob Cedergren), è un tipico esempio di quanto appena espresso. Fatto con poco ma con grande finezza, rinverdisce un po' per vocazione un po' per necessità l'esigua lista di vicende concentrazionarie, costrette in un unico angusto luogo, che sia esso una stanza con vista sul cortile (o occupata da un ingombrante baule sullo sfondo di una New York fittizia), una scialuppa di salvataggio, una cabina telefonica o un'automobile con cui cercare di riassestare in qualche modo la propria vita.

Möller punta tutto su una sceneggiatura dettagliatissima (scritta con Emil Nygaard Albertsen), su due stanze (un centro operativo e un vano attiguo) e su un unico protagonista sul quale la macchina da presa indugia per tutta la durata del film, relegando i pochi colleghi a sagome indistinte, sfocate o prive di una reale identità perché decapitate dal taglio delle inquadrature. Il poliziotto Asger Holm è un uomo solo, solo con la sua colpa e la sanzione disciplinare che lo rende un estraneo rispetto al contesto lavorativo: in attesa di comparire davanti al tribunale che ne accerterà le responsabilità, è stato declassato alle chiamate d'emergenza. Una di queste lo costringe all'azione, in un paradosso che si scontra con il limite imposto dal suo nuovo ruolo, dalla diffidenza di chi gli sta intorno e dalle caratteristiche di una narrazione la cui dialettica è soltanto sonora.

Sfruttando queste peculiarità e legando la testarda assunzione del caso con la necessaria espiazione del protagonista, The Guilty fonde in un connubio inestricabile dinamiche di genere e rilievi morali. Infatti, se la prima parte mystery, condotta con lucido e disperato raziocinio, illude protagonista e pubblico su un possibile percorso di riscatto, la successiva trasformazione in thriller – a seguito di una dolorosa rivelazione che ribalta gli equilibri apparentemente assodati – palesa il lato prettamente umano del personaggio e la necessità di mettere in gioco per primo se stesso e il suo senso di colpa fino a quel momento occultato per tentare di sistemare l'intera vicenda e pacificarsi.

Möller sorprende per la cura di ogni dettaglio, a partire da quello della cuffia all'orecchio che apre il film, alludendo alla successiva natura tutta interna della tensione: introduce il personaggio, fornisce frammenti informativi come se fossero un puzzle sul suo recente passato, ne mostra la personalità inserendo particolari (la sua impazienza insoddisfatta mentre stringe nervosamente una palla antistress; il moralismo serpeggiante quando accusa un tossico che sta chiedendo soccorso).

Poi allestisce con estrema cura la sua suspense da radiodramma (il precedente più simile, Il terrore corre sul filo di Anatole Litvak, era tratto da un testo per la radio di Lucille Fletcher del '43), giostrando abilmente la centellinata progressione dei dati che fanno avanzare il racconto, i silenzi che si gonfiano nell'attesa frustrante di uno squillo, di una conferma, e i primi piani che mostrano un'impotenza scorata che è anche lo specchio fedele di un'anima combattuta. La suspense s'interiorizza e diventa evocativa. Vista la reclusione nelle stanze del centro operativo e l'impossibilità di ricorrere all'alternanza, la sua costruzione si edifica sul parallelismo, facendo del volto di Asger la superficie su cui si materializzano la volontà, il dubbio, la delusione per le false piste, la speranza di una doppia soluzione, per la vicenda al di là del telefono e, come diretta conseguenza, anche per quella personale.

E per rafforzare il concetto di volto come schermo rifrangente di azione e passioni, Möller allegorizza i cromatismi, dividendo la struttura del film in tre parti secondo le dominanti delle tonalità utilizzate e sottolineando ancora più nettamente i mutamenti di stato all'interno di una narrazione che è immobile ma è tutt'altro che statica.

IL FILM

Den Skyldige
Gustav Möller
Danimarca, 2018, 85'
Sceneggiatura:
Gustav Möller, Emil Nygaard Albertsen
Fotografia:
Jasper J. Spanning
Montaggio:
Carla Luffe
Musica:
Caspar Hesselager, Carlo Coleman
Cast:
Omar Shargawi, Johan Olsen, Jakob Cedergren, Jessica Dinnage
Produzione:
Nordisk Film Spring Production
Distribuzione:
Movies Inspired

L’ufficiale di polizia Asger Holm, declassato al lavoro d’ufficio, si prepara per un sonnolento turno alle chiamate d’emergenza. Tutto cambia quando riceve la telefonata di una donna sequestrata in preda al panico, chiamata bruscamente interrotta. Asger, confinato nella stazione di polizia, sarà costretto a servirsi degli occhi e degli orecchi degli altri. La ricerca della donna scomparsa e del suo assalitore impegnerà tutta la sua abilità e il suo intuito, mentre lo scorrere del tempo e i suoi demoni  personali congiureranno contro di lui. 




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