Greg Berlanti

Tuo, Simon

Forse c’è sempre stato qualcosa di sbagliato nell’idea seducente del cinema quale contratto terapeutico fra schermo e spettatore. Si rischia la nostalgia come scudo protettivo; la retorica come insegnamento necessario; l’elementarità come abbecedario fondamentale. Sbagliato perché troppo chiaro, troppo evidente: se ne ho così bisogno, è perché in me c’è qualcosa che non va. Chiedete a chi riflette con acume e lucidità antidemagogici sulla violenza e la sua impaginazione contemporanea: “Un incontro critico con le immagini violente deve dunque occuparsi delle loro intensità affettive – dei loro effetti piuttosto che dei ‘significati’ legati alla loro rappresentazione” (Marco Abel).

Eppure retorica e elementarità sono anche metodi di diffusione che non possono essere sottovalutati. Al di là di populismi e propagande, la retorica è anche un manuale valido per l’apprendimento e l’elementarità uno strumento di primo grado attraverso il quale scegliere di dialogare. Che sia utile ripartire da qui, dalla retorica in quanto sensibilità comune e dall’elementarità quale mitologia concreta, per ripristinare qualche forma di contraddittorio?

Il cinema hollywoodiano, che è un sistema di potere e come tale segue regole precise, e che però è pure un invidiabile termometro sociale, talvolta serve anche a questo, a reintrodurre la necessità di un azzeramento per recuperare qualità e valori. È difficile non tanto accorgersene quanto accettarlo, perché Hollywood e le major sono una bestia nera antipatica e arrogante. Ma se non si vuole fare la figura dei passatisti e dei reazionari, e perciò vestire panni comodissimi all’odor di naftalina pensando siano i soli veramente di peso, probabilmente uno sforzo per capire meglio è opportuno. L’ha fatto Giovanna Maina sulle pagine di FilmTv a proposito della serie hot delle Sfumature (di color grigio, nero e rosso), e la ringrazio: perché ha evitato il conformismo del parere critico senza abdicare al buon senso.

Il film dunque come prodotto “scolastico” non è soltanto il capro espiatorio di un’ideologia “volgare”, ma può rivelarsi infine significativamente perspicace per intercettare desideri taciuti o rimossi dello spettatore, e cogliere un’urgenza politica (dunque appartenente al mondo, alla persona, alla razza, al gender) che arde sotto la brace. Scappa – Get Out, ben più di Moonlight, Detroit e Blackkklansman, ne è un esempio assolutamente paradigmatico (tanto che già se ne vedono gli epigoni, e non c’è da meravigliarsi: Tyrel di Sebastián Silva). Accusare Hollywood di pressapochismo è spesso inevitabile ma inutile ai fini della comprensione della realtà. E non dobbiamo neppure spaventarci a parlare di realtà: basta non tradirne l’immagine e la struttura con approcci autoriali e allora vedrete che essa appare – con prepotenza, creativamente, decisamente - perfino laddove pare essere più lontana.

In questo senso Tuo, Simon mi sembra un film importante. Si astiene dalla problematizzazione (come They di Anahita Ghazvinizadeh, ma in questo caso coi crismi del cinema d’autore), usa la prassi quale conditio sine qua non e sceglie il coming out di un diciassettenne gay totalmente a proprio agio con la propria sessualità come macguffin per la rappresentazione “a modello” di un’età e, per traslato, di ogni età. La rinuncia a priori della “questione” serve al film quale chiamata alle armi: non in nome di una normalità non meglio specificata (e sempre difficile da misurare), bensì di una decongestione esclusivamente pragmatica. L’identità è già chiara, bisogna soltanto trovare il momento, il luogo e la persona giusti per articolarne la specificità. Accusare Tuo, Simon di semplificazione o di scarso coraggio implica non capirne il contesto produttivo e il pubblico di riferimento: per il sesso esibito ci sono altri film, qui è in atto la creazione di un archetipo che, al pari di Making Love una quarantina d’anni fa (che però si rivolgeva a un’ideale platea matura e borghese), ha caratteristiche e funzioni di colonizzazione dell’immaginario. Da più parti si è evocato il nome di John Hughes, e non a sproposito: le sue commedie erano un prototipo generazionale (non l’unico possibile, certamente), e Tuo, Simon, novello Bella in rosa, con le sue insistite conciliazioni e le sue ripetute agevolazioni crede nell’indipendenza dell’amore ma specialmente nel libero arbitrio come espressioni moderne. E decide di occupare un posto nella narrazione odierna del moviegoer nell’attimo stesso in cui abbandona le ragioni del dibattito (alla Cotroneo, per intenderci) per risolversi quale simbolo (adesso sì l’unico possibile!): è così che il film di Greg Berlanti, che è forse la commedia di cassetta più riuscita e discreta e dolce da Nick & Norah – Tutto accadde in una notte, una specie di 84 Charing Cross Road in chiave teen, si manifesta come nuovo precedente. Con buona pace dei barricadieri contro le fantomatiche lobby gay, l’egemonizzazione civile del pensiero giovanile passa anche dall’educazione “dal basso”, un abc che si presume già dato e che, in questo film PG-13 che, esortazioni di genere a parte, ha spinto molte personalità dello spettacolo ad affittare sale per distribuirlo, farlo conoscere, renderlo di “dominio” pubblico (eccola allora, la colonizzazione inderogabile: e credo sia una cosa bellissima, la versione scolasticamente e didatticamente queer di un gimmick di William Castle), è infine l’alfabeto corretto non per un’approvazione (già avvenuta, vivaddio!) ma per la semplice, pura e inevitabile organizzazione di una vita.

IL FILM

Love, Simon
Greg Berlanti
USA, 2018, 110'
Sceneggiatura:
Isaac Aptaker, Elizabeth Berger
Fotografia:
John Guleserian
Montaggio:
Harry Jierjian
Musica:
Rob Simonsen
Cast:
Talitha Eliana Bateman, Nick Robinson, Natasha Rothwell, Miles Heizer, Logan Miller, Keiynan Lonsdale, Katherine Langford, Joshua Mikel, Josh Duhamel, Jorge Lendeborg Jr., Jennifer Garner, Darcy Rose Byrnes, Alexandra Shipp, Tony Hale
Produzione:
Fox 2000 Pictures, New Leaf Literary & Media, Temple Hill Entertainment
Distribuzione:
20th Century Fox

Tutti meritano una grande storia. Ma per Simon, è complicato: non solo perché sono gli anni del liceo, ma anche perché custodisce un segreto che non sa come rivelare agli amici e alla famiglia. Per farlo e affrontare la paura, avrà bisogno di tutto il suo coraggio (e della sua ironia).




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