Richard Linklater

Tutti vogliono qualcosa di Richard Linklater

Tutti vogliono qualcosa è di sicuro uno dei film più belli che avrete modo di vedere quest’anno. Perlomeno: io, ne sono sicuro.

Ora, se facessi per intero il mio compito di critico, dovrei stare qui a spiegare il perché e il percome di questa mia affermazione, e della bellezza del film di Richard Linklater, che lo stesso regista ha definito «un sequel spirituale» di quel Dazed and Confused (in Italia La vita è un sogno, ndr) che ha sul groppone oramai più di vent’anni splendidamente portati. Eppure, esattamente come avvenuto per Boyhood, non sono sicuro di riuscire a farlo: di fronte al fluire spontaneo del racconto, di fronte alla sua disarmante semplicità (che non vuol dire affatto superficialità), di fronte al grado zero di ogni idea di stile e costruzione il critico che è dentro di me (ammesso che ci sia) cede le armi e lascia spazio allo spettatore.

Tutti vogliono qualcosa fa esattamente quello che qualsiasi buon racconto (per immagini, parole o suoni) dovrebbe fare: ti prende e per 116 minuti tiene prigioniero te, i tuoi occhi e il tuo cervello, annullando ogni tentazione multitasking, ogni speculazione intellettuale, ogni velleità analitica. Catturandoti nelle spire della sua innocente seduzione, portandoti dentro il suo mondo, facendotelo sentire tuo da sempre, piazzandoti allo stesso livello e con la stessa consapevolezza dei suoi personaggi: né più sopra o più sotto, né più avanti o più indietro.

Ogni sentimento o emozione che puoi provare dentro quella storia, dal divertimento alla commozione, dalla nostalgia all’euforia, sono tanto più puri e intensi quanto più, semplicemente, veri, seppur virtualmente, in quel momento e in quel mondo. E per questo rimarranno con te, e a lungo e intensamente, come vere memorie personali. Gli anglofoni hanno un verbo bellissimo, to linger, che esprime questa persistenza dolce nella memoria, il soffermarsi e l’indugiare di un passato nel tuo presente.

In fondo è proprio questo che fa Linklater, che ha fatto anche con Boyhood e Dazed and Confused: rendere visibile un ricordo o un sentimento nella loro purezza non filtrata.

Solamente dopo averlo visto, puoi affrontare Tutti vogliono qualcosa con la carta dell’intelletto e della razionalità, della critica e dell’analisi. Ma servirebbe davvero a qualcosa? Perfino forme banali e sintetiche, come quelle che ho usato per raccontare a caldo la visione a un amico («È un po’ come Animal House declinato dalla nouvelle vague), non servono ad altro che a confrontare e incasellare ciò che di essere confrontato o incasellato non ha alcun bisogno. E l’esercizio anche comprensibile di ritrovare e identificare connessioni con Dazed and Confused, è casomai utile allo storico del cinema, al biografo, non certo al critico o allo spettatore.

Quindi con il suo cinema così puro e diretto, così universale e vero, Linklater costringe il critico alla resa? Un po’ sì. E in realtà gli fa un favore, un enorme regalo. Gli restituisce, al critico, lo spazio e il tempo, la giusta misura del pensiero, dello scrivere e del parlare. Lo costringe a cercare, anche lui, quello stile così semplice e raffinato da essere invisibile, da sembrare (o meglio, da essere) libero e spontaneo. Uno stile che non esiste, così come, forse, non esiste più uno stile in Linklater, che ormai si limita a raccontare senza dare mai, in nessun momento, nemmeno per sbaglio, l’idea di costruire una storia, e quindi renderla in un modo o nell’altro artificiale.

E la cosa più bella, in definitiva, è che la profonda semplicità di Tutti vogliono qualcosa, la sua straordinaria capacità evocativa (nascosta in un sorriso, in uno scherzo tra amici, in una canzone cantata in auto, in una telefonata o nella serena e vagamente euforica stanchezza di fronte al primo giorno di lezioni), non porta nemmeno il marchio del minimalismo o l’ostentazione monacale di una qualche rinuncia. Non ci sono né etichette né bandiere nel cinema di Linklater: ci sono solo le sue storie, i suoi personaggi e le sue emozioni, da abbracciare e da godere mettendo per una volta ogni schema mentale da parte.

Tornando indietro, rimanendo immobili, per andare avanti. Sempre avanti.

IL FILM

Everybody Wants Some
Richard Linklater
Usa, 2016, 117'
Sceneggiatura:
Richard Linklater
Fotografia:
Shane F. Kelly
Montaggio:
Sandra Adair
Cast:
Wyatt Russell, Tyler Hoechlin, Ryan Guzman, Juston Street, Blake Jenner
Produzione:
Detour Filmproduction, Annapurna Pictures, Paramount Pictures
Distribuzione:
Notorious

Nel 1981 Jake Bradford si trasferisce al college e prende possesso di un'abitazione insieme ai suoi compagni della squadra di baseball universitaria. Tra cameratismi e qualche conflitto interno al gruppo, tra notti folli alla perenne ricerca di conquiste femminili, Jack inizia un percorso di crescita che lo porterà anche a trovare l'amore.




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