Gabriele Salvatores

Tutto il mio folle amore

Si potrebbe discutere a lungo del tramonto di Gabriele Salvatores. Di come il peggioramento della qualità dei suoi film sia, almeno dalla fine degli anni Novanta, praticamente inarrestabile e di come in molti abbiano cominciato già da tempo a rivalutare retrospettivamente anche le opere più apprezzate del regista milanese.

Se ne potrebbe discutere molto lungo, in effetti, ma ciò che sembra innegabile è che con Tutto il mio folle amore Salvatores arrivi a toccare forse il punto più basso mai raggiunto.

Sì perché il film, liberamente tratto dal romanzo di Fulvio Ervas Se ti abbraccio non aver paura, è una congerie di stereotipi, sentimenti edificanti e bozzetti da commedia all’italiana mai così raffazzonati e a buon mercato. Concepito come un road movie il film racconta la storia del sedicenne Vincent, un ragazzino autistico che non ha mai conosciuto il padre fino a che questi – una specie di brutta copia di Domenico Modugno che si esibisce cantando nelle balere e alle sagre di paese – si fa vivo e, suo malgrado, si trova costretto a partire per un tour in Slovenia e Croazia insieme al figlio appena conosciuto.

Temi importanti come la diversità, la paternità, la difficoltà di diventare grandi o l’impossibilità di definire cosa sia “normale”,sono ridotti a sketch, massime sul senso della vita tipo quelle che si leggono sulla carta dei cioccolatini e in generale a una farsa piena di situazioni e personaggi smaccatamente caricaturali.

Salvatores non tenta nemmeno la strada del confronto diretto con l’handicap – il ragazzino che interpreta Vincent non soffre di nessuna forma di autismo – per cercare almeno un rapporto se non verosimile quantomeno sincero con il tema trattato. Preferendo puntare sulla debordante personalità degli attori – Santamaria, Golino e Abatantuono – ingombranti più del solito, soprattutto il primo, con i loro atteggiamenti gigioneschi e il loro personalismi interpretativi.

Lasciando l’impressione che questo modo di fare cinema – ormai superato a destra da praticamente ogni cosa che viene pensata, scritta e girata oggi – non sia solo il retaggio di uno stile vecchio, ma una forma di resistenza che se perpetrata rischia di fare altri (grossi) danni al cinema italiano.

IL FILM

Gabriele Salvatores
Italia, 2019, 97'
Sceneggiatura:
Umberto Contarello, Sara Mosetti, Gabriele Salvatores
Fotografia:
Italo Petriccione
Montaggio:
Massimo Fiocchi
Musica:
Mauro Pagani
Cast:
Giulio Pranno, Valeria Golino, Diego Abatantuono, Claudio Santamaria
Produzione:
Rai CInema, Indiana Production, EDI Effetti Digitali Italiani
Distribuzione:
01 Distribution

Sono passati sedici anni dal giorno in cui Vincent è nato e non sono stati anni facili per nessuno. Né per Vincent, immerso in un mondo tutto suo, né per sua madre Elena e per il suo compagno Mario, che lo ha adottato. Willi, che voleva fare il cantante, senza orario e senza bandiera, è il padre naturale del ragazzo; una sera qualsiasi trova finalmente il coraggio di andare a conoscere quel figlio che non ha mai visto e scopre che non è come se lo immaginava. Non può sapere che quel piccolo gesto di responsabilità è solo l’inizio di una grande avventura, che porterà padre e figlio ad avvicinarsi, conoscersi e volersi bene, durante un viaggio in cui avranno modo di scoprirsi a vicenda, fuori dagli schemi, in maniera istintiva. E anche Elena e Mario, che si sono messi all’inseguimento del figlio, riusciranno a dirsi quello che, forse, non si erano mai detti.




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