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Francesco Lettieri

Ultras

Gli ultras sono sempre un argomento spinoso, da qualunque prospettiva si decida di raccontarli. Si rischia di essere parziali e incompleti, se non si analizzano tutti gli aspetti che un fenomeno sociale così complesso inevitabilmente può far affiorare. Si può peccare di superficialità, se lo sguardo proposto s’illude di possedere una profondità che invece è soltanto ricerca della sensazione estetica. Si può confondere il tentativo indotto di commozione per strumentalizzazione, e non solo per la rima, se i momenti più drammatici ricordano troppo da vicino reali e ancora freschi fatti di cronaca. Ci si espone anche all’accusa di cinismo se il messaggio etico che dovrebbe risiedere alla base di ogni operazione di questo tipo viene facilmente travisato.

Oltretutto, è fin troppo facile cadere nel trappolone del cliché proprio di un filone in cui le uniche cose che cambiano sono la squadra per cui si fa il tifo e il relativo vernacolo, per non parlare della banalità di storie sempre tutte uguali, fatte di esasperato spirito di gruppo, di successivi tradimenti, di violenza e rivalsa, di ascesa e caduta e, solo nei casi più illuminati, di resipiscenza prima che intervengano il Daspo o, peggio, la tragedia.

Ecco, in tutti queste eventualità ricade Ultras, esordio nel lungometraggio dell’apprezzato regista di videoclip Francesco Lettieri, abituale partner visivo dell’enigmatico incappucciato Liberato, qua autore di una colonna sonora elettrofluttuante. Nel raccontare la vicenda di un gruppo di tifosi napoletani, gli Apache, il cui stolido grido di guerra è un ovvio «Augh, augh, augh!», Ultras riesce a essere tutto quello che è e che è sempre stato un film sui tifosi di calcio, senza riuscire a mostrare adeguatamente un fenomeno sfuggente quanto poche altre sottoculture della società contemporanea ma rimanendo in un elegante ambito impressionista, dall’insieme apparentemente denso ma dalla definizione perlomeno evanescente.

Ultras, disponibile su Netflix dal 20 marzo, dopo la cancellazione dell’uscita al cinema (prevista dal 9 all’11 marzo) per l’emergenza Coronavirus, oscilla per tutta la sua durata tra generale e particolare, osservando i rituali tribali del gruppo, i rapporti quasi morbosi tra i membri, appartenenti a tre diverse generazioni pronte al conflitto, a causa di problemi di lealtà e primogenitura, e si concentra parallelamente sul singolo, su uno dei capi storici della frangia, Sandro il Moicano (un apprezzabile Aniello Arena), narrando il suo apporto carismatico anche nei confronti dei tifosi più giovani e il suo vano tentativo di essere individuo rispetto al fagocitante resto del gruppo, quasi come se la sua fosse un hamartia tragica. Compatibilmente con l’idea di una sostanziale indifferenza delle frange estreme del tifo per il risultato sportivo, Lettieri relega fuoricampo il calcio giocato, di cui arrivano solo gli echi radiofonici di un campionato avviato verso la fine con un esito che rischia di condurre l’aspro realismo del film verso una fatua deriva fantasy (il Napoli è in testa al campionato e si gioca la vittoria nell’ultima giornata a Roma).

Ma se alcune scelte appaiono legittime, i problemi elencati all’inizio proiettano il film nel calderone indistinto del filone, rendendo impossibile una distinzione che sia caratterizzante, se si esula dalla squadra a cui gli ultras appartengono. Gli Apache preparano striscioni, cantano cori, progettano le trasferte. Con l’eccezione del Moicano che qualche lavoretto lo fa, tutti sono ultras a tempo pieno, quasi fossero sollevati da incombenze terrene e non avessero il bisogno di finanziarsi per gli striscioni o per le trasferte. Nessuno ovviamente pensa che ci sia qualche contatto con la criminalità organizzata, perché quello è di esclusiva pertinenza di una tifoseria del Nord, come Report ci ha pazientemente insegnato, pur arrivando fuori tempo come un’entrata da cartellino rosso, però mostrare gli ultras come estranei a pratiche esistenti in moltissime curve e scollegati rispetto ai problemi sociali del territorio è quantomeno fuorviante, se non addirittura tendente alla rimozione. Ma si sa, gli Apache so’ guerrieri e giocano a fare la guerra.

Gli eccessi drammatici del film ricordano troppo da vicino i casi tristemente noti di Ciro Esposito e Gabriele Sandri. Se è vero che la dinamica degli omicidi da stadio è sempre piuttosto simile a sé stessa e non consente di spaziare, è anche vero che il riferimento è così diretto e immediato che ha il sapore ferrigno del ricatto morale, della sicura e facile presa emotiva.
Inoltre, il tentativo di innalzare a epica la battaglia primordiale di un gruppo di emarginati stride almeno quanto l’eleganza ricercata dello stile di Lettieri che indubbiamente mostra una grande qualità nella scelta delle immagini (l’inizio del film con un piano-sequenza a svelare progressivamente l’identità del protagonista Sandro indugiando sulla sua nuca è indubbiamente un bel momento di cinema) ma talvolta lo fa laddove non è opportuno, in momenti in cui è grande lo iato esistente tra materia proposta e modalità di rappresentarla. Un esempio: perché ricorrere al grandangolo per dilatare la prospettiva di Sandro e della sua donna, Terry, stesi a letto nell’istante immediatamente precedente la visita della madre di Angelo alla ricerca del figlio?

Aleggia su tutto il film un senso di gratuità stilistica incurante del significato espresso, spesso bella da vedere, come l’ampia scena del racconto del Moicano sulla festa dei tifosi atalantini ripresa da una terrazza del Rione Terra, o come la parentesi notturna sulle note dolenti di Voce ’e notte, ma è una bellezza sostanzialmente priva di una necessità drammatica che vada oltre il protagonismo dello sguardo.

E così Ultras si perde, come spesso si smarrisce nei finali di campionato la squadra per cui gli Apache fanno il tifo, pur avendo sempre giocato, come tutti sanno, il calcio più bello. Nessuno dei personaggi però, in quasi due ore di film, ha mai nominato la Juve come alibi. È sicuramente la prima volta.

IL FILM

Francesco Lettieri
Italia, 2020, 108'
Sceneggiatura:
Francesco Lettieri
Fotografia:
Gianluca Palma
Montaggio:
Mauro Rodella
Cast:
Aniello Arena, Antonia Truppo, Ciro Nacca, Daniele Vicorito, Salvatore Pelliccia, Simone Borrelli
Produzione:
Indigo Film
Distribuzione:
Netflix

A quasi cinquant'anni, Sandro è il capo del gruppo ultras napoletano degli Apache, con i quali ha passato tutta la sua vita allo stadio tra scontri, trasferte e battaglie. Diffidato come gli amici Barabba e McIntosh non può più accedere allo stadio: il gruppo è quindi rappresentato in curva dalla frangia guidata da Pechegno e Gabbiano, più giovani e avvezzi alle provocazioni alle tifoserie rivali, specialmente quella romanista. Sandro conosce Terry, una madre single, ed è disposto a cambiare vita, complici i dissidi interni al gruppo ultras, che sfociano nella fondazione di un nuovo gruppo, i No Name Naples. A patire il conflitto interno agli ultras è soprattutto Angelo, giovane tifoso che vede in Sandro una sorta di maestro, e desidera farsi strada nella tifoseria per vendicare il fratello Sasà, morto anni prima durante dei tafferugli.




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