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Manele Labidi Labbé

Un divano a Tunisi

Non è chiaro agli occhi di amici e parenti il motivo per cui la giovane e brillante psicanalista Selma (Golshifteh Farahani) decida di tornare nella sua terra natia, dopo esserne stata a lungo lontano, salvo i primi annebbiati e lontanissimi dieci anni di vita. Il suo ritorno a Tunisi coglie tutti impreparati e sorpresi, perché per alcuni di loro soltanto a una squinternata poteva venire in mente di rimetterci piede dopo aver trascorso quasi una vita intera in Europa. La cugina minore confidava in lei. Un giorno avrebbe potuto raggiungerla a Parigi, diceva, senza più velo e costrizioni di alcun tipo, mostrando fiera i suoi capelli corti e colorati. Ma a Parigi c'erano due psicanalisti nel suo palazzo e altri dieci o venti nel suo quartiere; lì non avrebbe mai potuto avviare la carriera che sognava. 

Nonostante l'ostilità e i pregiudizi cui sarebbe andata incontro, prevedibili in un determinato contesto socio-culturale dove le donne o le si vedeva in casa o a imbellettarsi, Selma vuole essere una psicanalista a Tunisi. Con tutto ciò che comporta una scelta del genere.

Un divano a Tunisi è un film sulla permanenza dei legami nonostante il tempo e la distanza fisica. Il vincolo che lega la protagonista e il suo paese d'origine e che la cineasta franco-tunisina Manele Labidi Labbé vuole restituire è di natura esistenziale e connaturato, viscerale. E si tratta forse di un legame anche politico, se pensiamo alla valenza che viene attribuita alla psicanalisi come forma di disinibizione e liberazione dalle morse di una società ancora in bilico tra proteste, rivolta e bisogno rinascita. E per questo motivo impaurita.

Destabilizzati dalla possibilità di un aiuto psicologico e rifiutando di lasciarsi ascoltare, moltissimi dei futuri pazienti di Selma preferiscono chiudersi in loro stessi. Seduta dopo seduta, emergono verità e contraddizioni: un imam che ha perso moglie e fede vaga in cerca di altri appigli; uno schizofrenico s'immagina di essere ancora sotto la dittatura; un uomo adulto si sente donna; un'adolescente sarebbe disposta a tutto pur di lasciare Tunisi.

Un divano a Tunisi sceglie di affrontare la complessità del tema ricorrendo agli stilemi della commedia per cui il ritmo incede senza intoppi e la narrazione non risulta mai appensantita dalla ripetizione di situazioni (esilarante, ad esempio, la rappresentazione della burocrazia come una sorta di castello kafkiano dove l'obiettivo primario non si riesce mai realmente a raggiungere e in cui Selma, come il personaggio K del romanzo, deve destreggiarsi) e delle sequenze di analisi, pur concedendosi brevi parentesi introspettive come quella in cui l'imam si confida a Selma. 

Labbé individua il potenziale della storia e vira verso un registro cinematografico ibrido, con una combinazione di generi in cui figurano e si alternano il comico più palese e sequenze oniriche - Freud che le appare sul ciglio della strada per accompagnarla a casa - che stemperano il realismo generale in un atmosfera immobile e fantastica.

IL FILM

Un divan à Tunis
Manele Labidi Labbé
Tunisia , 2019, 88'
Sceneggiatura:
Manele Labidi Labbé
Fotografia:
Laurent Brunet
Montaggio:
Yorgos Lamprinos
Musica:
Flemming Nordkrog
Cast:
Amen Arbi, Feryel Chammari, Golshifteh Farahani, Hichem Yacoubi, Majd Mastoura, Moncef Ajengui, Ramla Ayari
Produzione:
Kazak Productions
Distribuzione:
Bim Distribuzione

In Tunisia c’è stata la Primavera araba, ma forse aprire uno studio da psicanalista per una donna è ancora troppo presto. Selma (Golshifteh Farahani) è una giovane psicanalista dal carattere forte e indipendente cresciuta a Parigi insieme al padre, quando decide di tornare nella sua città d’origine, Tunisi, determinata ad aprire uno studio privato le cose non andranno come previsto. La ragazza si scontrerà con un ambiente non proprio favorevole, i suoi parenti cercheranno di scoraggiarla e lo studio inizierà a popolarsi di pazienti alquanto eccentrici.

 




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