Jan Hrebejk

Urlare senza parole

Un ragazzo scende da un autobus nella squallida periferia di Kiev. Chiede a gesti informazioni ai passanti e si dirige finalmente verso l’istituto che ospiterà di lì a poco la sua vita. Sergey è sordomuto, come tutti gli ospiti – allievi e personale – della struttura: un mondo a parte, con il suo linguaggio e i suoi codici, fieramente contrapposti alla realtà esterna. L’inferno, lì dentro, ha le sue regole e i suoi rituali e l’esordiente Myroslav Slaboshpytskiy ci getta in quella realtà ovattata senza protezioni.

Il film è dialogato (e non poco) solo attraverso il linguaggio dei segni che non viene né sottotitolato né commentato con voce fuori campo. L’assoluto silenzio – interrotto solo da rumori improvvisi – corrisponde alla nostra barcollante estraneità. Pian piano però ci si abitua a decifrare, a osservare con puntiglio, a calarsi in un mondo dove tutto quel che avviene si vede e basta, in cui i fatti necessariamente assumono un valore assoluto.

Partendo da questa intuizione rigorosa e disagevole, The Tribe prova a descrivere una realtà in cui ogni personaggio combatte il suo isolamento monadico attraverso l’estremizzazione delle azioni. E dopo aver raccontato con carrellate orizzontali e lunghe scene senza tagli (adottando uno stile che estremizza le scelte di molto cinema d’autore contemporaneo) il contesto in cui i personaggi si muovono, Slaboshpytskiy si concentra sulla descrizione accurata di ciò che i protagonisti fanno.

Quello che sembrava essere principalmente un audace esperimento linguistico si trasforma in una litania compiaciuta e saccente sulla crudeltà adolescenziale in un universo, praticamente e metaforicamente, concentrazionario. I sordomuti infatti sono come gli altri, amano come gli altri, odiano come gli altri, ma sono prigionieri della comunicazione con l’esterno. Non potendo usare il filtro della parola, sono costretti a muoversi con gesti più secchi, estremi, assoluti, impossibili da fraintendere.

Lo sguardo glaciale di Slaboshpytskiy segue i personaggi intrufolandosi in un’aberrante intimità fatta di sfruttamento consenziente del corpo femminile, di violenza cieca e incontrollata, di sesso muto non solo di parole ma anche di emozioni. L’occhio registico, che dovrebbe essere calato in una realtà misteriosa quanto silenziosa, si fa sempre più morboso, sadico, superficialmente scandaloso e moralmente ambiguo.

La ricognizione sulla pulsione collettiva alla violenza e alla sopraffazione di chi è, volente o nolente, marginalizzato dal corpo sociale – The Tribe potrebbe essere una variante di Arancia Meccanica senza volume e senza emozioni – si riduce a un’esposizione complice e compiaciuta, più vicina all’impudicizia eccitata di Gualtiero Jacopetti e dei suoi Mondo cane che all’anarchia pessimista di Kubrick.

L’ostentazione di uno stile controllato e consapevole – nel gusto della composizione del quadro e nell’utilizzo dei piani sequenza – assume un carattere quasi persecutorio sbandando pericolosamente, almeno in un paio di scene, verso l’osceno e l’abietto. È come se Slaboshpytskiy, attraverso una storia che mescola con ovvietà amore e morte (o, meglio, sesso e punizione), volesse renderci partecipi di un perverso piacere del disumano che demolisce l’assunto “oggettivo” di partenza acquistando uno scontato sottotesto simbolico: invece che farci entrare in un mondo ignoto senza bussola per lasciarci osservare liberamente una realtà muta e sconosciuta, Slaboshpytskiy ci costringe a tenere gli occhi aperti di fronte a un orrore superficiale, con fervore nichilista e cinico, con sadica fissità.

La mano astuta del regista si sente ma la distanza tra la patinatura tutta esteriore della confezione e l’ardore quasi pornografico di un’osservazione livida e feroce rendono The Tribe un film anaffettivo, cerebrale e tetragono – allo stesso tempo trascurabile e disprezzabile, più pesante che pensato – nonostante tutto il febbrile e gelido clamore che con orgoglio prova a suscitare. Un film terribilmente urlato, anche in assenza di parole.

IL FILM

Ucitelka
Jan Hrebejk
Repubblica Ceca, Slovacchia, 2016, 102'
Sceneggiatura:
Petr Jarchovský
Montaggio:
Vladimír Barák
Musica:
Michal Novinski
Cast:
Zuzana Mauréry, Zuzana Konecná, Viktor Stupka, Tamara Fischer, Richard Labuda, Peter Bebjak, Peter Bartak, Ondrej Malý, Oliver Oswald, Monika Certezni, Milan Vojtela, Michael Mottl, Martin Sulík, Martin Hrevus, Martin Havelka, Lukas Pelc, Lukás Herc, Lubomír Kratochvíl, Ladislav Hrusovský, Judita Hansman, Jozef Domonkos, Jaroslav Mottl, Ina Gogálová, Éva Bandor, Ela Lehotská, Dusan Kaprálik, Csongor Kassai, Attila Mokos, Alexandra Strelková, Agáta Spisáková
Produzione:
Ceská Televize, Offside MEN, PubRes
Distribuzione:
Satine Film

Bratislava, Cecoslovacchia, 1983.  Maria Drazdechova è la nuova insegnante di un liceo della città, eccentrica e colorata conquista subito i suoi alievi. Ma quando, all'inizio dell'anno, pone ai suoi allievi la domanda su quale sia il lavoro dei loto genitori, qualcosa si incrina. 




TRAILER