Matteo Rovere

Veloce come il vento di Matteo Rovere

C’è “quella cosa lì” in Veloce come il vento. Ci sono il ragù, l’unto e la piada, ci sono i modi di dire, la passione per i motori (e passione è riduttivo) e le alzate d’ingegno, ci sono il cuore, il sangue, la furia, il sudore e c’è quella specie di follia serpeggiante un po’ ovunque. “Quella cosa lì” è la Romagna con la sua endemica e irresistibile mancanza di misura. Che poi è ciò che consente anche alla mancanza di misura del film di trovare la sua dimensione. Non importa nulla, non il giudizio critico, l’analisi delle incongruenze, le domande su quello che non torna: ci si abbandona e basta.

Si lasciano correre le macchine, mentre sfilano le immagini veloci e tese delle corse, e si lascia correre senza dargli la possibilità di sedimentarsi nella memoria anche il ralenti che mette in scena (dove e come non c’era neppure bisogno) la morte del padre, l’inizio di tutto, il momento in cui la storia dei fratelli De Martino comincia senza che loro nemmeno lo sappiano. Prima, seconda e via. Loris si prende la scena. E lo fa con tanta (im)positiva ingombranza che la più gigiona ed eccessiva interpretazione di Accorsi diventa il suo personaggio più credibile ed empatico; perché ci sta, sta tutto lì dentro, proprio in quella mancanza di misura.  D’altronde “disperati veri si è rimasti in pochi”. Disperati veri, eccessivi, ingestibili, insopportabili e adorabili, riprovevoli e affascinanti, inaffidabili e irrinunciabili. Distruttivi e distrutti ma comunque fratelli maggiori che a sentire che la loro sorellina fa “certe cose” non gli va micca (con due c) bene, anche se la sorellina è una che prende le curve a 200 all’ora e si è caricata sulle spalle il peso dell’universo (anche e soprattutto per colpa sua); fratelli maggiori consumati e irrecuperabili che si prendono tutto senza condizioni, anche l’affetto di un fratellino mai visto, un bambino incapace di ridere conquistato – e per sempre – con un assurdo burn out nell’aia. Una chimica, quella dei tre personaggi, che costruisce e regge il film attraverso l’equilibrio delle tre interpretazioni: tanto uno carica e sborda, tanto gli altri sono bravi a compensare, a trattenere, a dare dimensione a ciò che misura non ha.

E c’è un’altra misura che manca a Veloce come il vento: quella del tempo. Curioso per un film sulle corse che, per di più, ha una scadenza precisa come cardine della storia. Un film che si perde il primo e l’ultimo giro (pleonastici tanto il finale quanto l’inizio) per concentrarsi su intertempi che è come se non venissero mai presi. E mai dati. Eppure raccontati, espressi, suggeriti attraverso i personaggi. Coordinate temporali assenti che lo sospendono in un universo emotivo e relazionale in cui, appunto, sta tutto: un tempo sospeso come lo sono il mondo – e il tempo – di chi vive in gara, in circuito, in lotta sempre.

Veloce come il vento è “quella cosa lì”, una cosa senza misura che finisce per avere una dimensione così totalizzante da inghiottire lo spettatore costringendolo ad accettare l’inaccettabile, solo perché detto in un certo modo: “e te sei una merda” dice a un certo punto Loris al piccolo Nico che lo guarda dritto da dietro gli occhiali; ma la battuta è tirata via, con una rapidità, una semplicità, un’immediatezza che non lasciano modo di reagire. Si è costretti alla resa. Loris vince comunque anche se è uno che non lo salvi. Loris vince perché è uno che tira via, è uno che non si ricorda le parole, uno per cui “quella cosa lì” vuol dire tutto. E quella cosa lì è quello che ha di speciale questo film.

IL FILM

Matteo Rovere
Italia, 2016, 118'
Sceneggiatura:
Matteo Rovere, Francesca Manieri, Filippo Gravino
Fotografia:
Michele D'Attanasio
Montaggio:
Gianni Vezzosi
Cast:
Roberta Mattei, Paolo Graziosi, Matilda De Angelis, Cristina Spina, Lorenzo Gioielli, Stefano Accorsi
Produzione:
Fandango
Distribuzione:
01 Distribution

Giulia De Martino viene da una famiglia che da generazioni vive nel mondo delle corse automobilistiche. Anche lei è un pilota, un talento eccezionale che a soli diciassette anni partecipa al Campionato GT, sotto la guida del padre Mario. Ma quando il padre viene a mancare Giuli e il fratellinon si ritrovano a dover affrontare le corse e la vita da soli. La morte del padre fa tornare anche il fratello maggiore Loris, ex pilota talentuoso ma ora ridotto male dalla droga. I tre si ritrovano ad accettare di dover provare, loro malgrado, a essere una famiglia. 




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