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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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CINEFORUM / 511

L' eredità di Méliès

Due cineasti che – la si pensi come si vuole su entrambi, insieme o separatamente – hanno sempre dimostrato un amore totale per il cinema, quello che praticano e hanno praticato e quello da cui sono “nati”. Due cineasti per i quali il confine tra cinema e vita è davvero labilissimo. I cui film sono stati (quasi) tutti film necessari e la cui forza è stata di rendere necessari anche quelli che (forse) non lo erano del tutto. Clint Eastwood, che da almeno due decenni viene puntualmente indicato come “l’ultimo dei classici”, ma che da sempre fa cinema contro l’immagine che di lui è contemporaneamente recepita, dal pubblico come da gran parte della critica. Nei suoi film la “classicità” (che pure è presente – non si può negarlo – quale componente di sostanza) fa da schermo, nel doppio significato di velare e ri-velare, a un’instancabile attività di ricerca, di sperimentazione, sia sul piano narrativo/drammaturgico sia su quello formale, di rappresentazione. Senza forzature apparenti, per movimenti anche minimi ma ogni volta pensati e consapevolmente operati, rispetto ai quali non è mai previsto nei film successivi un ritorno al passato ma ulteriori precisazioni, un lavorìo di continua ridefinizione dei temi, dei personaggi, dei modi formali per dare vita non a film che siano “senza tempo” ma espressione “del tempo” in cui sono stati realizzati. Un tempo storico che è anche tempo individuale. Eastwood – è una vita che lo ripete – intende prima di tutto realizzare i film che vuole. Non quelli che vorrebbe un ipotetico produttore, non quelli vorrebbe il pubblico che va in sala con i pop corn e la cocacola. Fare i film che vuole significa, d’altra parte, un rispetto profondo per gli spettatori che decidono di andare a vederli: e sono quindi film che non impongono ma che espongono i sentimenti, il punto di vista, le scelte valoriali, le emozioni del loro autore. Lo spettatore può sempre affermare la sua eventuale divergenza, sicuro che non soltanto il cineasta Eastwood la tiene in conto, ma anche che nei suoi film non troverà mai elementi che la vogliano a priori interdire. Si tratta di un cinema sicuro di sé tanto da permettersi serenamente di praticare il beneficio dell’altrui dubbio. Se Eastwood ha regolarmente nutrito di classicità il suo innato impulso alla sperimentazione, si può ben dire che Martin Scorsese, al contrario, ha da sempre fondato il suo altrettanto innato sperimentalismo su una dedizione cinefiliale e perseverante al cinema classico, alla sua storia, ai suoi grandi maestri. Superfluo qui ricordare i risultati da addebitare a tale dedizione, nell’ambito del documentario e in quello conservativo/restaurativo delle opere materiali. Hugo Cabret è un film più spericolato di quanto non appaia a prima vista. L’aver voluto applicarsi alla realizzazione di un film “per famiglie” con la convinzione e il piglio propri di tutti gli altri i suoi film. Il fatto che Scorsese abbia voluto andare a cacciarsi nel ginepraio del 3d (con risultati tra i migliori ottenuti in questi ultimi anni di tridimensionalità così spesso approssimativa e di risulta). L’aver voluto concentrare, in questo omaggio a Méliès, l’intera storia del cinema con citazioni e clins d’œil dalle origini a Chaplin a Corman, da Hitchcock a Powell & Pressburger, a Welles… a se stesso (naturalmente), per citarne alcune – tutte assolutamente funzionali al racconto e in punta di penna, per chi le vuole o le può raccogliere ma senza distrarsi dalla vicenda. L’aver raccolto in questa apoteosi dell’immagine la sfida della parola, già nella contrapposizione tra i due giovani protagonisti, che diventa a poco a poco osmosi, e nella presenza pervasiva sia del libro che della tradizione romanzesca con tanto di rimandi ad autori e opere precisi. Con un finale che enigmaticamente affida il senso ultimo di quanto narrato proprio alla scrittura e allo “sguardo” sbarrato/assente di un automa. J. Edgar e Hugo Cabret: se Méliès ha dimostrato a suo tempo che il cinema non era un’invenzione senza futuro, la promessa continua a dare frutti. Il 2012 è iniziato, al cinema, in modo promettente.