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CINEFORUM / 513

12 dicembre, un viaggio nell’italia ulcerata

Vedere o rivedere quell’anomalo audiovisivo che si intitola 12 dicembre, dopo Romanzo di una strage, accentua – ammesso che sia possibile – il senso di tragica dimissione e disfatta della giustizia italiana che è racchiuso nelle conclusioni del film di Marco Tullio Giordana.
Il film di Giordana, con qualche fatica e molte esemplificazioni didattiche, tenta di riunire i brandelli di un’esemplare tragedia italiana – dove “Stato” e “criminalità” sono due termini siamesi – per arrivare ai contorni di una verità sommersa in una melma magmatica di depistaggi, tradimenti, mistificazioni, omissis, congiure, complotti, dove la violenza si confonde alla lentezza paludosa della burocrazia in un unico disegno strategico e con il corollario di una lunga catena di omicidi e “suicidi”.
12 dicembre invece è un film che è nato in sincronia con i traumi e le ulcerazioni di quegli orrori. È un film realizzato durante, le cui riprese sono iniziate il 12 dicembre del 1970 e terminate nel giugno 1971, mentre il montaggio fu concluso nei primi mesi del 1972. È un film dalla complessa paternità, voluto da Adriano Sofri e Lotta Continua, girato in parte da Maurizio Ponzi, dal militante pisano Giovanni Bonfanti, da Fabio Pellarin, dal capo operatore Pino Pinori e da altri, con un apporto determinante di Pier Paolo Pasolini.
Questi volevano un film inteso «all’illustrazione di un programma politico, a una fede da propagare» (2) e finirono per entrare in disaccordo con Pasolini, che aveva una visione completamente diversa da quella di Sofri e Fofi, ossia vedeva già profilarsi concretamente la corruzione della classe proletaria e sottoproletaria, sempre più incline a conformarsi ai modelli culturali piccolo-borghesi. L’idea di Pasolini era probabilmente quella di realizzare non solo un pamphlet di denuncia ma anche un referto antropologico sull’Italia che stava cambiando, con una serie di interviste a italiani del Nord e del Sud, così da fornire un quadro del clima sociale in cui era avvenuta la strage e in cui era stata ordita la strategia della tensione.

Da Nord a Sud e ritorno

L’ambizione di 12 dicembre tesa a fornire un quadro completo, da Nord a Sud, del Paese malato all’inizio degli anni Settanta, è solo parzialmente riuscita, ma il suo valore risiede essenzialmente in alcuni straordinari frammenti dove sono stati catturati connotati significativi della realtà di quegli anni, anni che coincidono con l’incremento di quei processi che hanno mutato il tessuto antropologico del Paese e anche l’ultima fase prima della deriva criminale delle Brigate Rosse e del terrorismo di estrema sinistra.
Le testimonianze che si susseguono dopo, in particolare quella di Licia Pinelli, la vedova dell’anarchico, della madre Rosa Malacarne, dell’avvocato Marcello Gentili, dell’anarchico Pasquale Valitutti, che attendeva di essere interrogato quella stessa notte, mostrano, con semplicità e logica, l’assurdità e l’incongruenza della versione ufficiale della morte di Pinelli. In particolare, colpisce la fermezza della vedova, la sua mancanza di concessioni e il rigore delle sue parole: è un’attitudine che sembra totalmente scomparsa nell’Italia degradata e televisiva di oggi.
Le sequenze girate da Pasolini al cimitero dove era sepolto all’epoca Pinelli, mute, immerse nel freddo invernale, mostrano con estremo pudore la compostezza e la dignità della vedova e della madre dell’anarchico assassinato.
Le sequenze girate, ancora da Pasolini a Carrara, denunciano l’orrore delle morti “bianche” sul lavoro, un orrore che continua anche quarant’anni dopo con gli stessi termini e le stesse responsabilità: in questo l’Italia non è cambiata.
Le testimonianze dei giovani di Reggio, che raccontano le violenze subìte, potrebbero essere confuse con le parole delle vittime della Diaz o di Bolzaneto: «Maltrattati, presi a pugni, manganellati, sputati in bocca. Poi facevano bere appunto a tutti i carcerati acqua salata; poi li facevano salire su dei gradini; poi facevano sgambetti per rompere i denti».
12 dicembre si chiude ad anello ritornando a Milano. È il 12 dicembre 1971 ed è trascorso un altro anno. L’avvocato Mattina spiega come l’incarcerazione prolungata di Valpreda sia del tutto ingiustificata, se non come parte di un disegno che vuole colpire gli anarchici: «A distanza di due anni dalla strage di Stato, si devono sottolineare due serie di elementi significativi: le promozioni e i morti. I promossi, tutti presenti nella stanza dove fu interrogato Pinelli […]». L’elenco dei morti è un lungo catalogo di morti accidentali e di suicidi, da Pinelli al fascista Armando Calzolari, fino all’avvocato Vittorio Ambrosini, che “uscì” dalla finestra del Policlinico Gemelli…

 

12 dicembre

 

(2) Adriano Sofri, Introduzione, in Adriano Sofri (a cura di), Il malore attivo dell’anarchico Pinelli, Sellerio, Palermo 1996, pag. 10.