CINEFORUM / 513

Pezzi di vetro

Una bottiglia di vetro, vuota, vola per aria, al rallentatore. Effettua la sua parabola, s’infrange sul bordo del marciapiede, andando in mille pezzi. Improvvisamente, un rewind: i frantumi si ricompongono, la bottiglietta ritrova la sua interezza, torna indietro fino al momento del lancio. Questa è la scena con cui Daniele Vicari ha scelto di aprire il suo Diaz. Questo il motivo che ritorna a punteggiare la narrazione, il riferimento simbolico e temporale che rappresenta uno dei pochissimi ormeggi narrativi del film.
Il secondo, forse meno conscio per Vicari, riguarda le analogie tra la struttura fisica della bottiglia e dei suoi cocci e quella cinematografica e narrativa del film Diaz. Daniele Vicari, infatti, parte da un oggetto di cronaca e narrativo (i fatti di Genova 2001), trasparente nella sua innegabile ovvietà ma reso più che leggermente opaco da menzogne e omissioni, tanto da deformare la realtà che vi si legge dentro come quella che si osserva attraverso un vetro convesso. Allora, Vicari questa realtà opaca e deformata la infrange in mille pezzi, fa partire mille schegge, ognuna delle quali è una storia, uno sguardo, un personaggio. Rifiutando quindi una visione monolitica, compatta e monodirezionale, frantumandola invece in una complessa e tagliente polifonia. In una visione caleidoscopica e disordinata, l’unica che possa permettere, nella sua vertiginosa e disorientante multiformità, la ricostruzione di un nuovo dato unitario. Di una e condivisa verità, il più possibile (s)oggettiva, a partire da tante, differenti verità soggettive che si scontrano, accavallano, magari contrastano.
Gettando le sue radici in fondamenta solide, e che permettono di resistere allo sferzare di violente polemiche pretestuose e partigiane, come quelle degli atti processuali, Diaz si sviluppa attraverso l’applicazione di dinamiche e stilemi che utilizzano le retoriche dei generi per costruire un racconto cinematografico complesso e articolato, nel quale il para-documentarismo è sempre minoritario e subordinato al thriller, al dramma sociale, all’horror più contemporaneo: quello del torture-porn e del found-footage.
A ben pensarci, col senno di poi, le scelte effettuate da Daniele Vicari sono state quasi obbligate, considerata la delicatezza dei temi che vengono affrontati. Obbligata, a meno di non cadere nella trappola della retorica militante e partigiana, era ad esempio la scelta – contestata dai più duri e puri, tra i quali lo sdegnato Vittorio Agnoletto – di non voler rappresentare una totalità, di farsi Verità documentaria inserendo nomi, cognomi: puntando, quindi, indici accusatori e populisti. E lo stesso riguarda i fatti più estremi di violenza fisica e psicologica che il regista ha scelto di omettere con pudore esemplare, in controtendenza rispetto al sensazionalismo che contraddistingue sempre di più non solo il cinema ma tutto l’impianto massmediatico e informativo del nostro Paese e non. Proprio mettendo il cinema davanti alla cronaca, lo stile davanti al contenuto, Diaz è più potente e articolato di tanti epigoni, di ieri e di oggi, che nella loro piatta correttezza vogliono portare avanti una tesi, diventare una gogna, imporre una verità che è comunque parziale e contestabile. Avendo coscienza della sua natura di frammento, o di insieme di frammenti scelti con inevitabile e innegabile soggettività, il film raggiunge un grado di realismo e di oggettività altrimenti difficilissimo da ottenere.
Un discorso analogo si potrebbe fare riguardo un altro set di accuse che ha toccato Diaz: quello di essere un film capace di suscitare reazioni emotive forti, di far montare la rabbia e lo sdegno, di far provare sulla pelle il dolore, la paura e il senso d’impotenza ma di non proporre alcuna prospettiva. Di essere un film chiuso in se stesso, senza proposte d’uscita o uno sguardo più ampio e meno claustrofobico. Non è un caso, per noi, che il film si chiuda con l’immagine del pullman che conduce oltreconfine i cittadini stranieri reduci dalla scuola Diaz e dalla caserma di Bolzaneto imboccando un tunnel autostradale. Perché se una via d’uscita al tunnel di quegli eventi e del film c’è, Vicari ha deciso di non mostrarla, probabilmente perché non la conosce o non ritiene sia di sua competenza doverla conoscere o comunque proporla. Perché Diaz voleva (e forse doveva) essere proprio e solamente quello che è: un documento, uno spaccato, doloroso e opprimente, capace di far conoscere o ricordare ma fortunatamente incapace di erigersi a portavoce di rivendicazioni peraltro legittime. Un film che schiaffeggia l’immobilismo e che non mira a supplire alcuna mancanza, e che, così facendo, auspica implicitamente che a quell’immobilismo e a quelle mancanze vengano date risposte concrete e fattuali da chi di dovere e non dal cinema.
Per questo, Diaz è un film che, per la prima volta forse in Italia, ridefinisce il concetto di militanza applicata al cinema, facendola nascere non da una bandiera ideologica o politica in senso stretto ma da un sincero, per quanto appassionato e a volte rabbioso, afflato democratico e di giustizia. Un film che è un grido assordante, rabbioso, ma in un certo senso muto: metaforicamente parallelo al senso di mani legate e d’impotenza di allora e di oggi e al colpevole silenzio di istituzioni che avrebbero dovuto avere il coraggio di parlare. Doloroso come pezzi di vetro taglienti che feriscono mani, occhi e cuore.