My Favorite Things
Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





Iscriviti alla nostra newsletter

CINEFORUM / 520

Siamo uomini o topi?

di Fabrizio Tassi

Un paio di forbici rosse appese al muro. Un quadro ricamato a mezzopunto con al centro una grande casa. Rossa. Una borsa (scozzese, rossa), appesa accanto al quadro e alle forbici. L’inquadratura è frontale. Immobile. Quell’immobilità instabile, ironica, che ti lascia lì sospeso (e ci stai bene!), appeso a un sentimento insolito, singolare, una specie di precarietà giocosa. L’abbiamo provato un sacco di volte stando dentro i film di Wes Anderson (Fantastic Mr. Fox [id., 2009], in questo, è un apice, una summa poetica, altro che pausa ludica o scherzo d’autore).
Il cinema di Wes è superficie. È in superficie che tutto emerge, si muove e sta appeso; è lì che i personaggi si ritrovano a vagare (o a stare immobili), dentro un ordine (geometrico) apparente che finisce per esaltare il caos evidente; è lì che i sentimenti diventano cose fatte invece di essere cose dette soltanto per evocare chissà quale “di dentro” o “al di là” dalle apparenze.
Nella prima sequenza, passiamo da una stanza all’altra come potremmo scivolare tra le pagine di un libro illustrato. Dopo il secondo schiaffo a novanta gradi ci ritroviamo, in controcampo, in una camera con tutti i bambini insieme. Suzy Bishop legge Shelly and the Secret Universe. Loro ascoltano le Variazioni di Britten su un tema di Purcell, smontate e rimontate per sezioni orchestrali. Smontiamo e rimontiamo anche la casa, la storia, il cinema, per gioco, per curiosità, perché non è vero che dobbiamo dimenticare la forma per credere alla sostanza, quando possiamo vedere la forma della sostanza che ci emoziona pure (i detrattori dicono che Wes Anderson è un manierista giocherellone, come se fosse per forza un difetto, come se la “maniera” avesse solo un significato negativo).
La ragazza ha un cannocchiale inseparabile. È la sua arma magica. «Aiuta a vedere le cose vicine anche se sono molto lontane». Tipo la madre che tuba col poliziotto. Lei punta il cannocchiale contro di noi, gli spettatori, la mdp, e ristabilisce le distanze. Lei lo sa che è tutta una messinscena. Lo sappiamo anche noi. Bisogna trovarsi a metà strada. Che non è la “giusta misura delle cose”, una distanza appropriata, una dimensione adeguata allo scopo. È la smisurata libertà del cinema (anche quando è geometria surreale). Qui si passa dal primissimo piano di un nodo ingarbugliato e inestricabile al campo lungo di una casetta sospesa nel vuoto a un’altezza vertiginosa, in quell’altra magnifica sequenza in cui il caposcout passa in rassegna il campo Ivanhoe (in realtà, in quella patetica parodia di una vita avventurosa, un vero eroe, un cavaliere, c’è davvero, è l’occhialuto Sam Shakusky, che alla fine sposerà la sua bella Rowena-Lucy), con una carrellata verso destra, fino al tavolone in cui siede come un Gesù tra i giovanissimi apostoli: ne manca uno, il Giuda Sam, che ha fatto un buco nella tenda e si è ripreso la sua libertà.
Suzy e Sam riscattano l’opacità, l’imperfezione, la fragilità. Si amano. Ed è qui che il film di Wes Anderson ci prende di sorpresa: nella tenerezza, il calore, la grazia (che si aggiungono, “scaldandola”, all’ironia, l’illustrazione, la de-strutturazione). Nelle esitazioni. Nella gravosa serietà sincera di quei bambini che hanno capito tutto. «Ti amo ma non sai di cosa stai parlando» (dice Sam a Suzy, quando lei si lancia in una superficiale apologia dell’essere orfani). Wes ci fa provare una struggente nostalgia per quel Moonrise Kingdom, in cui forse siamo stati (saremo) davvero liberi e felici.
Gli adulti ritrovano i due bambini grazie allo gnomo-storico-meteorologo-narratore col cappottino rosso che conosce i segreti degli indigeni Chickchow. Ma dovranno guadagnarsi la loro fiducia, mentre tutto intorno crolla. Il raccolto, dopo il disastro, sarà straordinario. Resta il fatto, però, che l’amore va ostinatamente rincorso, cercato, conquistato, non è mai dato e pacificato. Sam alla fine è lì che dipinge il sogno che l’ha unito a Lucy, ma quando è il momento (dentro le regole e il buonsenso della casa) deve tornare a fuggire. E quell’ultimo sguardo alla finestra! Lei è bellissima. Lui è bellissimo. E gli spettatori vissero felici e contenti. Mille di questi Wes!