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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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CINEFORUM / 532

[CINEFORUM 532] THE COUNSELOR

QUANDO IL RACCONTO SI SVOLGE ALTROVE di Roberto Manassero Il luogo comune più consolidato rispetto alla prosa di Cormac McCarthy è che sia cinematografica. Saul Bellow, da grande scrittore qual era, lo diceva con un’immagine figurata che si adattava perfettamente: per lui ogni libro di McCarthy era in grado di dare la vita o impartire la morte. Come due colpi di pistola, come un colpo ben assestato. Ed è questa essenzialità, immaginiamo, la qualità che avvicina la scrittura del romanziere americano al cinema e che, ribaltando i termini della questione, in un film può rimandare idealmente al montaggio alternato, alla pratica meccanica con cui in una scena di dialogo si succedono i primi piani dei personaggi coinvolti. Niente effetti, niente costruzioni, solo due corpi e le loro parole. Cinema classico, insomma, ridotto all’osso per aderire il più possibile al racconto; o se volete, cinema contemporaneo che si affida ai principi base del cinema stesso per ridefinire il proprio orizzonte visivo, oltre la sbornia postmodernista e vicino all’iperrealismo. The Counselor si situa tra il classicismo e la sua revisione, con una precisione di messinscena che si pone al servizio della sceneggiatura (di McCarthy, qui alla sua prima esperienza nel cinema) e che finisce per superare l’ostacolo di una verbosità altrimenti insopportabile. Scott risale all’origine del racconto che ha tra le mani, lascia che il film sia completamente di McCarthy, con il suo universo, le sue parole, la sua secchezza espressiva, il suo annichilito senso del tempo, ma al tempo stesso fa in modo che il cinema sia presente con tutto il suo peso, con tutta l’evidenza corporea dei personaggi, i loro volti, il loro fisico, la loro presenza scenica. In The Counselor l’essenzialità della parola diventa essenzialità di messinscena, alla quale fa seguito una precisa riflessione sulla narrazione cinematografica, ovviamente accompagnata dal pessimismo apocalittico di McCarthy. Nel film lo dice il Jefe, l’autorità messicana rassicurante e spaventosa alla quale si rivolge l’avvocato protagonista del film per salvare la moglie sequestrata: «Quando il mondo cede il passo alle tenebre diventa sempre più difficile negare la consapevolezza che di fatto il mondo sei tu». Pensiamoci, non c’è film, non c’è genere, che possa prescindere da questa frase e da questa consapevolezza: sono i personaggi le uniche realtà di un racconto, oltre la trama, oltre le concatenazioni di eventi, oltre la radice di un male che sta alla base di ogni noir. Sono i personaggi, fallibili, inutili, malvagi, innocenti, a cadere vittime della trama di cui sono i principali artefici. Quello del Jefe è puro stile lapidario alla McCarthy, così come è puro McCarthy la costruzione della trama di The Counselor, con miriade di temi e concetti che emergono ai lati di una materia al solito differita. Perché il racconto – con le sue cause, le sue concatenazioni, spesso anche i suoi eventi – si svolge sempre altrove, e alla scena spetta il compito di raccoglierne solamente gli effetti collaterali. E se tutto questo in Non è un paese per vecchi si traduceva nella cronica distanza dagli eventi dello sceriffo protagonista, nella sua rassegnata resa alla malvagità umana, in The Counselor il pessimismo apocalittico si estende alla struttura stessa del film. McCarthy usa il genere come residuo di storie, lo disintossica in un certo senso (dagli obblighi narrativi, dai ricatti allo spettatore, dalle attese e dalla premonizioni di quest’ultimo), lasciando che siano i personaggi a portarne il peso, a gestire inermi gli eventi imperscrutabili, talvolta incomprensibili, di una realtà meccanica e indifferente. E c’è così poco cinema, in The Counselor, da generare una paradossale purezza espressiva. Ridley Scott fa infatti quello che non ti aspetti: azzera l’estetica contrastata, eccitata, tutta effetti e controluce (così come il pulp fuori tempo massimo di un’operazione simile a The Counselor come Le belve di Stone) e trova una limpidezza di sguardo mai posseduta. Il racconto non esiste, in questa classicità di ritorno, a contare sono l’origine di una storia e il coinvolgimento dei personaggi, le implicazioni morali, ma anche fisiche e sensibili, a livello di paura, stupore, lacrime, sudore, di figure fragili che credono di controllare il destino e finiscono miseramente umiliate. «È una cosa che hai creato tu, né più né meno», dice ancora il solito Jefe messicano all’avvocato che ha visto fallire il suo piano criminale, «e quando tu smetti di esistere il mondo fa lo stesso». L’apocalisse, al cinema, è l’impossibilità di una trama, l’ingenuità di un racconto che suppone di racchiudere il reale nelle sue maglie ben salde e finisce invece per infrangersi contro il male del mondo: se lo sceriffo dei Coen inseguiva invano ciò che sapeva di non potere raggiungere, l’avvocato di The Counselor sperimenta l’illusione di un progetto individuale che non ha nemmeno il diritto di esistere. La trama del film non merita allora di essere raccontata, perché del tutto insignificante all’interno di un meccanismo infinitamente più complesso dell’ambizione di un avvocato texano perduto tra traffici di droga internazionali, criminali senza pensieri, fame di denaro, ricchezze in continuo movimento. Sullo schermo compare non la costruzione di un racconto, ma il suo fallimento, la sua decapitazione, l’incontro inevitabile con un cavo d’acciaio in mezzo alla strada (e in McCarthy gli oggetti e la loro geometria, come la pistola ad aria compressa di Non è un paese per vecchi, hanno spesso un valore concettuale). L’azione, in The Counselor, è l’annientamento della trama, con buona pace del genere e delle sue strutture. Le teste saltano, e lo fanno in modo meccanico e meticoloso, senza che il racconto abbia un senso, e senza che un senso possa essere trovato. Il senso mortifero del cinema contemporaneo, la sua profonda crisi di rappresentazione e la conseguente cupezza del mondo rappresentato come indice di qualità (è un classico dei nostri tempi che più un racconto è cupo, più viene nobilitato; più si spende con ammirazione l’aggettivo “oscuro”, come per il cavaliere di Nolan, più un film viene preso sul serio…), trovano una significativa messa a fuoco in The Counselor, nascono e muoiono nella volontà dei personaggi, senza che nulla meriti di essere raccontato al di là di miseri desideri individuali e ancor più misere paure. Non c’è quasi azione, si diceva, al massimo lo stupore di tante figure ammonitrici – amici, mediatori, autorità – che invece di agire mettono in guardia il protagonista, pure loro rimaste senza parole (e in fondo cosa vuoi dire alla donna che davanti ai tuoi occhi si fotte il parabrezza di una Ferrari?) di fronte al perpetuarsi del male e ai suoi emissari. In The Counselor c’è un ricco avvocato texano che si imbarca in un giro di droga tra Colombia, Messico e Stati Uniti, coinvolgendo un amico trafficante e un intermediario: quasi nulla, però, viene esplicitato o spiegato del perché e del percome. In fondo di potenziali storie come questa se ne sono già viste troppe, continuare a insistere sarebbe sì divertente ma inutile, e a McCarthy interessa posare le sue parole come macigni, le sue frasi come colpi di pistola, tra le pieghe di un racconto nato già morto, pietre miliari lungo una strada che si srotola nel nulla, con una direzione di cui non importa più a nessuno. Nulla del tragitto, nulla dello sviluppo, nulla del risultato finale: conta solo chi il viaggio lo compie. In fondo è già scritto – e pure già visto, letto, sentito – che in un noir il piano debba fallire, che qualcuno debba tradire, che qualcun debba pagare e che la concatenazione di eventi sia così complessa da non poter essere ricostruita. Il mondo del racconto finisce al di là della consapevolezza individuale, e non fa che evidenziare l’inganno celato da ogni esistenza. La possibilità di un racconto è come il lanternino che Pirandello metteva in mano a ogni essere umano, «un lanternino che proietta tutt’intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è ombra nera, l’ombra paurosa che non esisterebbe se un lanternino non fosse accesso in noi ma che noi dobbiamo purtroppo credere vera, fintanto ch’esso si mantiene vivo in noi» (Il fu Mattia Pascal). Il problema, per l’appunto, è che senza quella luce non si potrebbe vivere, e che dunque l’ombra nera esiste a prescindere della consapevolezza dei personaggi e del racconto stesso. L’ombra nera, dunque, che sta dentro ogni personaggio, che sta là fuori di essi solo quando il lanternino è accesso, ma torna a invadere ogni cosa quando la luce si spegne, è tutto ciò che interessa a McCarthy, l’origine del suo pessimismo. E ci voleva un film, paradossalmente, per farlo comprendere in maniera chiara ed essenziale, oltre i capricci di un crepuscolarismo che pure lui, tra la letteratura e il cinema, rischia ormai di restare senza argomenti. The Counselor è così cinema al servizio della parola, che finisce paradossalmente per ridare alla parola ciò che questa non può contenere: lo scontro senza pari tra la luce e il buio.