CINEFORUM / 551

Domande senza risposta

Kant dice che la ragione umana è costantemente perseguitata da domande che non può evitare, ma alle quali non sa neppure rispondere. Va bene, ma di cosa stiamo parlando qui? Moralità, scelte, casualità della vita, estetica, omicidio? Abe Lucas (Joaquin Phoenix), docente di filosofia, comincia a farsi domande (queste domande) già all’inizio di Irrational Man, fuori campo, mentre guida verso la sua nuova destinazione, il Braylin College (Rhodes Island). Subito dopo la voce cambia, sempre dal fuori campo (ma dalla fine della storia): è quella di Jill Pollard (Emma Stone), studentessa di quello stesso college; altre domande, questa volta su Abe: la ragazza, che del professore tormentato e fascinoso si è innamorata (ricambiata solo a metà), pensa, adesso, che egli fosse pazzo fin dall’inizio, e che solo i suoi sentimenti le hanno impedito di capirlo; stress? rabbia? disgusto per l’infinita sofferenza della vita? noia? disprezzo per la routine? Alla fine della storia resta soltanto un pugno di domande destinate a vibrare nella coscienza, kantianamente senza risposta. Nella sua indagine morale dell’uomo contemporaneo, Allen scrive e dirige con Irrational Man il suo film più sfuggente e complesso, ma anche incerto, dubbioso, fragile. E dimostrativo, con poca voglia di fare cinema o letteratura e, tantomeno, “arte”: il “dispositivo”, qui, è a nudo, e storia e personaggi si rivelano formazioni volutamente piatte di una dimostrazione filosofica, con buona pace di chi, nel cinema di Allen, non riesce ancora a riconoscere (ma da almeno una decina di anni…) il tentativo di comporre un affresco della società e dell’uomo contemporanei opportunamente prosciugato da ogni tipo di distrazione narrativa e “sentimentale”. E proprio in questo senso va letto l’esplicito (questa volta) riferimento a Dostoevskij: riferimento non a un’opera o a un tema o a un personaggio (anche se non v’è dubbio che Delitto e castigo preme su Irrational Man – come già su altri film dell’attuale fase alleniana – come un antecedente diretto e importante), ma a un modus operandi che interpreta la creazione artistica come momento di sviluppo “mondano” di un’idea o di un progetto filosofici e, al tempo stesso, come approfondimento analitico di una condizione sociale diffusa; a ben vedere, non c’è romanzo dello scrittore russo (e film del regista statunitense) che non nasca più o meno esplicitamente dalla volontà di rivelare, descrivere e comprendere psicologia, motivazioni e sentimenti di nuove e tristemente popolari “tipologie” di essere umani (popolari in quanto paradigmatiche del contemporaneo). Da questo punto di vista, Abe rappresenta l’estensione razionale e problematica del Chris di Match Point (2005), dello Ian di Sogni e delitti (2007), della Jasmine di Blue Jasmine (2013): tutte figure accomunate da una specie di ottusità morale, da un raffreddamento della sensibilità nei confronti dei divieti sociali “naturali”, dal prevalere del richiamo delle cose dentro una società completamente secolarizzata, ristretta a un ordine del giorno tutto privato e singolare, egoistico e “totalitario”. Se Abe rappresenta una specie di sviluppo, o variazione, all’interno di questa galleria, è perché porta all’esterno, attraverso una “competenza” filosofica, quel grumo di domande senza risposta che Jasmine – il personaggio più drammatico del recente cinema alleniano – non arrivava neppure a immaginare, ormai del tutto impermeabile al “debito” – morale, psicologico, affettivo – che il vivere sociale sempre impone. Non solo: Abe, esplicito alter ego dell’Allen “moralista”, decide evidentemente, a un certo punto, di verificare sul campo il tema a cui consacra la sua prima lezione, vale a dire la drammatica differenza tra teoria e pratica, filosofia (philosophy bullshit) e realtà. Decide di trapiantare quelle domande dentro un altro contesto, e verificare, a partire da questo innesto, se la risposta regge, e se si può, alla fine di tutto, tornare alla filosofia. Dimostrandosi così un filosofo decisamente realista, e della specie più aggressiva: di quelli che hanno ormai maturato un’insofferenza indomabile nei confronti delle costruzioni discorsive (la madre di Jill definisce il lavoro di Abe un “trionfo dello stile”) e decidono quindi di voler toccare con mano, letteralmente, quella realtà (e la sua spiegazione e comprensione) rimandata fino a quel momento alla sola logica (e consolazione) filosofica. Irrational Man non è, banalmente, un film sul delitto perfetto ma, al contrario, un’indagine, segnata dal dubbio, sulla perfezione della filosofia. In questo senso, non c’è altro film dell’ultimo Allen più apertamente autoriflessivo: in Irrational Man è inscritta, tra le altre cose, l’esemplificazione del “metodo” realista – che molto deve, come detto, alla letteratura russa – con cui il regista ha scelto di esplorare e raccontare la società contemporanea, metodo che di realista non ha soltanto la forma ma, appunto, anche la “sostanza”: meglio di tutti, Allen ci sta dicendo – da una decina d’anni almeno, o poco più – che l’uscita dal postmoderno passa anzitutto attraverso questa verifica “tattile”, materica, dura della realtà che ci circonda, spogliata da ogni incantamento discorsivo o abbellimento; una realtà riportata a se stessa, all’evidenza delle sue significazioni minime e immediate, all’analisi non sentimentale del pensiero e dell’azione, al di fuori di ogni sistema di riferimento (sia esso sociale, religioso, estetico eccetera). Una filosofia che è, almeno all’apparenza, controfilosofia, per come rifiuta – Abe insegna – la teorizzazione preventiva, dismettendo in partenza qualsiasi idea astratta di essere umano. La “forma del discorso” procede di conseguenza: chi rimprovera a questo Allen sciatteria di scrittura e frettolosità (partendo forse da nostalgie molto private) non vede, in conseguenza di quanto detto, la necessità (anzi, l’inevitabilità) di un approccio “semidocumentaristico” al racconto, un incedere della narrazione a grande distanza da ogni coinvolgimento con il “materiale” del racconto, più dalla parte della dimostrazione parascientifica che della narrazione. L’esito drammatico dell’esperimento di Abe è un crollo verticale – il suo, lungo la tromba di un ascensore, e quello del suo “piano”, sottratto piuttosto in fretta alla perfezione delle cause e degli effetti da un’onda di variabili discorsi ipotesi conclusioni. Sarà anche il peccato mortale di aver voluto “mettere ordine” nel mondo, irrazionalmente convinto che l’eliminazione di una impasse problematica potesse linearmente condurre a una soluzione. La ridondanza dell’Abe filosofo si traduce, nel passaggio alla realtà, in una certa ingenuità procedurale. E alla fine, come in tutti i film citati, anche in Irrational Man rispunta il problema morale, posto a gran voce da Jill, che ben presto capisce la dinamica degli eventi. Problema non semplicemente inopportuno ma, almeno agli occhi di Abe, del tutto inaccettabile: perché rischia di rovinare la perfezione del calcolo e la bontà della sua riflessione, riportandolo drammaticamente alla filosofia – e cioè a quel grumo di domande destinate a restare senza risposta, e dalle quali pensava di essere finalmente guarito –, a una irrazionalità del pensiero e alle tensioni che questa scava nell’ordine della realtà. Irrazionalità che però, a ben vedere, è proprio ciò che ci difende dal diventare pedine incolori nel calcolo delle cause e degli effetti.