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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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CINEFORUM / 554

Rappresentazioni singolari

La forza delle immagini cinematografiche deriva da un elemento che, a prima vista, può risultare di debolezza. O, quantomeno, di fragilità. Il fatto, cioè, di avere assoluto bisogno di qualcosa da riprendere per poter esistere poi in quanto tali. Ma, detto questo, non potrebbero poi esserci senza la presenza di uno sguardo in grado di trasformare il reale in segno; e in questo ritrovano il legame con la parola, l’immagine pittorica, il suono – tutte quelle forme espressive in grado di costruire i propri sistemi significanti in modo del tutto separato dalla concretezza di ciò che tendono a rappresentarci. La rappresentazione è dunque il nodo portante, in cui gioca un ruolo essenziale la qualità del punto di vista, la sua individualità (quando c’è), la sua capacità di fornirci la cifra (non sto dicendo il significato) che ci permetta di interloquire con il testo e di esplorarlo nei labirinti che lo attraversano a più livelli, a seconda della sua effettiva ricchezza. Sotto questo aspetto, il n. 554 di «Cineforum» appare piuttosto interessante, poiché mette a disposizione dei suoi lettori una materia filmica di grande varietà: geoculturale, tematica, stilistica. Film che si confrontano con il presente e lo fanno attraverso il filtro intimistico dei sentimenti e delle relazioni umane più quotidiane, attraverso le quali si fa largo però la riflessione politica, etica, sociale, economica contestualizzata nei luoghi più diversi, scatenata dai più diversi motivi. Film che riprendono avvenimenti ed eventi storici, più o meno recenti, per riproporli mostrandone i risvolti più sottaciuti, le dinamiche più inquietanti, le ipotesi di spiegazione più dirompenti. E vorrei sottolineare come non sia necessario a volte condividere il giudizio sulla riuscita estetica di un’opera per riconoscerne comunque l’interesse – a volte esaltato proprio da certi suoi “difetti” o manchevolezze, almeno quando ne testimoniano l’approccio bruciante alla materia narrativa prescelta. Un film, poi (L’infinita fabbrica del Duomo) che si muove coniugando «l’impenetrabile, e per certi versi spaventosa, indifferenza della materia» (dunque ben oltre la dimensione, tutta umana, della Storia) all’inarrestabile operosità di chi su quella materia interviene in un presente “senza fine”, che trascorre al passato – dunque “storicizzandosi” – giorno dopo giorno. Risulta certo evidente la prevalenza di titoli che provengono da cinematografie lontane da Hollywood e dintorni (sia sul piano geografico che su quello dello sguardo rivendicato dai singoli registi/autori che li hanno realizzati). Per non dire poi di come i pochi film statunitensi di cui ci occupiamo concorrano, in un modo o in un altro, a mostrarci un profilo generale contrastato di quel cinema: complessivamente, comunque «in memoria del cinema d’autore». E qui si aprirebbe un lungo discorso, che bisognerà pur riprendere, prima o poi.