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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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CINEFORUM / 559

La verità delle immagini

È vero, la parola “capolavoro” è largamente inflazionata in questi tempi da social, che vedono ridursi pericolosamente il ventaglio dei termini con cui articolare se non un pensiero critico almeno l’intento valutativo. Su questo aspetto del confronto dialettico (?) sciorinato sul muro variopinto di fb occorrerà pur ritornarci. Ma per questa volta preferiamo star contenti di poter utilizzare il vocabolo senza timore di chiamarlo in causa a vuoto, a proposito di due film cui «Cineforum» dedica su queste pagine gli “speciali” d’apertura. Neruda e The Assassin sono film diversissimi tra loro, per contesto di riferimento, soggetto, personaggi, ma condividono la loro grandezza nell’acutezza con cui entrambi propongono allo spettatore di muoversi con gli occhi e con la mente nello spazio di una dialettica tra immagini e immaginari, necessaria a dare senso (al racconto, alla rappresentazione) – cioè un significato (o, più correttamente, un insieme di significati che si intrecciano e si potenziano reciprocamente) risultante dalla fusione di approccio estetico e intellettuale e dalla complessità del piacere del testo che ne deriva. Larraín si muove tra i generi del cinema classico mostrando l’intelligenza immaginifica con cui un artista procede all’invenzione del proprio mito a fini squisitamente politici (e così facendo lavora sottilmente, tra l’altro, su quel nodo di ambiguità su cui si è sempre fondato l’enigma poetico del personaggio in questione). Hou Hsiao-hsien, da parte sua, muovendosi tra riferimenti cinematografici sempre di genere e canoni estetici formulati in pittura durante il periodo della dinastia Tang, arriva a mettere a punto uno straordinario bilancio della propria idea di cinema, dando corpo nei cromatismi e negli elementi figurativi a una riflessione luminosa sullo stato della propria arte (non è un caso che il primo progetto del film risalga agli anni della giovinezza) e del punto d’arrivo attuale di una poetica tanto fedele a se stessa quanto sempre disponibile a esplorare gli spazi dove mettersi alla prova.

Già potrebbe bastare, ma siccome le vie della distribuzione sono infinite ecco che sulle pagine di questo numero di «Cineforum» ci ritroviamo a parlare di un altro film straordinario – nel senso eminentemente etimologico, innanzitutto, al di qua di ogni giudizio o valutazione di merito che possa riguardarlo –, nuovo gesto conoscitivo realizzato da un cineasta che negli anni è andato dimostrando sempre più di essere tra i più immediati e consapevoli (non c’è contraddizione in questo binomio, quando si parla di Herzog) del cinema contemporaneo, e probabilmente del cinema tout court. Il pensiero-immagine che si dipana nell’attraversamento della rete pone al centro della questione il problema del come rappresentare «qualcosa di tanto presente quanto sfuggente […] di tanto metamorfico e intangibile» (F. Cattaneo): chiamando in causa anche qui (come con Larraín e Hou) la necessità di interrogare l’immagine, la sua funzione trainante e costitutiva del relativo immaginario, che la esalta in virtù della pertinenza rispetto al soggetto attivo con cui ha deciso di confrontarsi.