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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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CINEFORUM / 566

Dispositivi da Festival

Ci siamo già passati attraverso il cinema che si nutre di cinema con l’unico scopo di fare un po’ di cinema. Negli anni Novanta, a un certo punto, sembrava che ci fosse solo quello. Ma in fondo lo sapevamo che era un gioco (cinefilo, edonista, intellettuale). Che era un modo di fare i conti con il cambiamento in corso nelle modalità di produzione e fruizione del cinema: vedere tutto e tutto rifare, riscoprire, riciclare, omaggiare questo e quest’altro, esplorare il linguaggio, il genere, l’autore preferito. Un cinema da “fine della storia” (dopo l’illusione dell’89), da fascinazione del vuoto, che aveva prodotto anche autori geniali come i Coen o Tarantino. Ma quello che vediamo oggi, che abbiamo visto trionfare a Cannes, ci lascia molto perplessi e anche un po’ inquieti. Cannes 70 rimarrà alla storia come l’involontaria celebrazione del “cinema del dispositivo”. Dell’autore che fa un film in funzione di uno stile, un’idea, un meccanismo narrativo, un esercizio mimetico. Una meccanica e spesso macchinosa esibizione di bravura. Un rifare o rievocare qualcosa (a volte perfino sé stessi) senza prendersi alcun rischio, che non sia quello della provocazione etica o estetica.

Siamo sempre stati un po’ restii a trasformare la contingenza festivaliera (cosa è pronto e cosa no…) in una convergenza cosmica (dove sta andando il cinema…). In questo caso però la selezione ufficiale ci aiuta a vedere meglio una tendenza che speriamo non diventi “scuola”, o prassi creativa e produttiva per chi aspira a frequentare il circolo ristretto del cinema d’arte, d’autore, da festival. Anche se una premessa è d’obbligo: sgombriamo il campo dai commenti frettolosi e spericolati di chi ha voluto vedere nella brutta edizione 2017 il segno evidente di una crisi del sistema-Festival (tema che torna ogni tot anni, più o meno con gli stessi argomenti, come accade alla “morte del cinema” o a quella delle mezze stagioni), se non addirittura dell’improvvisa miopia dei selezionatori.

Come abbiamo già fatto su Cineforum.it – dove c’è stata una prima discussione collettiva dopo-Cannes – ci piace ricordare cosa abbiamo visto sulla Croisette negli ultimi tre anni: nel 2016 Paterson, Elle, Sieranevada, Bacalaureat, Personal Shopper, Salesman, Neon Demon, Ma Loute, Rester vertical, American Honey (ma anche Neruda, L’économie du couple, Raman Raghav 2.0, Ma vie de Courgette e Fiore alla Quinzaine); nel 2015 The Assassin, Saul Fia, Mia madre, Dheepan, Carol, Sicario, Mountains May Depart, Il racconto dei racconti (ma anche Cemetery of Splendour e The Treasure di Poromboiu al Certain, anche Inside Out e Mad Max: Fury Road fuori concorso, o Le mille e una notte di Gomes alla Quinzaine); nel 2014 Adieu au langage, Sils Maria, Homesman, Mr Turner, Mommy, Foxcatcher, Timbuktu, Maps to the Stars, Winter Sleep, Deux jours une nuit (ma anche Jauja e Amour fou al Certain, It Follows alla Semaine, P’tit Quinquin, The Texas Chainsaw Massacre, Takahata, Wiseman e Bande de Filles alla Quinzaine)… Insomma, è passato da qui (quasi) tutto il meglio visto al cinema negli ultimi anni, film solidi, compiuti, azzardati, anche opere in un certo senso “epocali” – nel senso che riassumono un’epoca dell'immaginazione – e personalissimi tentativi di forzare i confini del cinema.

A ben guardare, anche quest’anno non sono mancati i film da ricordare, soprattutto al Certain Regard – ecco una critica che possiamo fare ai selezionatori: la mancanza di coraggio nel sacrificare qualche nome eccellente e offrire una vetrina migliore alle vere scoperte. Tesnota di Kantemir Balagow è un’autentica rivelazione (per i nostri diciassette critici vale un 4,4 di media, ricordando che il massimo è 5): questo esordiente russo, prodotto da Sokurov, promette di andare a rimpolpare l’elenco di autori doc scoperti sulla Croisette. Ma ci sono piaciuti molto anche La cordillera di Santiago Mitre (voto 4) e Western di Valeska Grisebach (voto 3,8). Anche They di Anahita Ghazvinizadeh, visto in “Proiezioni speciali” (voto 4,7).

Se invece guardiamo al Concorso – e qui torniamo al tema principale – anche i film più riusciti, o semplicemente meno ovvi, davano l’impressione di essere autoreferenziali, aridi esercizi di alta autorialità, figli di un eccesso di consapevolezza cinefila e intellettuale. Il discorso vale anche per i film vagamente apprezzati da «Cineforum», come The Beguiled di Sofia Coppola (3,6) e The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach (3,3), con il loro impeccabile compitino derivativo, le loro “variazioni sul tema di…”. Vale per Michael Haneke (3,3) e Andrej Zvyagintsev (3,1), autori di due ottimi film che però, mentre li guardi, ti lasciano la netta impressione di averli già visti (potrebbero benissimo essere opere dimenticate delle rispettive filmografie), in cui la maestria registica e l’intelligenza dell’operazione devono fare i conti con la plateale evidenza del “dispositivo”, che sia la metafora politica o il teatro della crudeltà.

Per non parlare di quei film premeditati e quegli autori troppo pieni di sé che si innamorano di un’idea, un’immagine, un modo di girare, raccontare, provocare, che finisce per soffocare qualsiasi verità o autenticità. Lánthimos (2,5) che allestisce la sua nuova camera delle torture pensando di essere Kubrick, che può anche affascinare in astratto (per il “progetto” più che per il film) ma scivola nell’esibizionismo, la maniera, il ridicolo involontario. Mundruczó (1,4) che si innamora dell’immagine-idea dell’immigrato volante e pensa sia sufficiente la nobiltà delle intenzioni per risultare incisivo. Hazanavicius (1,5) che imbastisce un giochino un po’ scemo su Godard e il suo cinema, dando una misura della mancanza di spirito, grazia e coscienza storico-cinematografica di certi artigiani da festival convinti che basti possedere la tecnica per fare un grande film.

Ma potremmo anche parlare dell’operazione spielberghiana-ghibliana-netflixiana di Bong Joon-ho (2,1), che ha fatto cilecca, così come Todd Haynes (2,6), Loznitsa (2,3), Doillon (1,7), Ramsay (1,7), Akin (2,3), e anche il vincitore Östlund (2,6): ottima l’intuizione di partenza, poi però The Square si ostina a spiegare tutto e la morale diventa moralismo, con sequenze didascaliche e interminabili, che un buon produttore avrebbe potuto rispiarmargli facendo un favore al film (ecco un tema di cui bisognerebbe tornare a discutere: la sacralità del regista-autore-sceneggiatore-super-indipendente, la funzione mediatrice del produttore e il rapporto con il pubblico, di sala, di festival, di cinecircolo, di streaming, di netflix).

In un’edizione come questa, qualsiasi indizio di umanità, di emozione vera, di libertà anche stonata, di follia iconoclasta, era accolto con un sospiro di sollievo. Ci siamo sollevati con 120 battements par minute di Campillo (3,6), fatto di corpi, amore, sesso, sangue, malattia, liquidi organici, oltre che di parole e “testimonianza”. Ci siamo consolati con Agnès Varda (3,5) e la sua sincerità contagiosa, la sua immaginazione curiosa, l’assenza di qualsiasi presunzione magistrale (e a proposito di Godard, il finale di Visages villages vale dieci Le redoutable). Ci siamo rifatti gli occhi e il cuore con l’ennesimo Garrel (4,1). Ci siamo innamorati della follia smisurata di Bruno Dumont (4), che alla Quinzaine ha portato l’unico autentico UFO di questa edizione, un musical stonato elettro-punk dedicato a Giovanna d’Arco, su versi di Péguy.

Non abbiamo dubbi che la prossima edizione di Cannes – grazie a una nuova congiuntura astrale e al fatto che i migliori autori saranno al lavoro ritrovando la migliore ispirazione – tornerà a stupirci e a rinnovare la nostra convinzione che il cinema sia più vivo che mai (e inevitabilmente diffuso e polisemico e proiettato verso nuove modalità di diffusione e fruizione). Saremmo però ancora più felici se un festival dotato di questo prestigio, negli anni di magra non si limitasse a testimoniare l’esistente e non contribuisse ad assecondare la scorciatoia asfittica del cinema come performance autoriale, elaborazione artificiosa di un “concept”, forma espressiva imbalsamata che rischia di avere sempre meno a che vedere con la realtà (del cinema, anche). Ci meritiamo di più, anche noi fedeli affezionati alla sala e a quel modo di concepire e fruire il cinema.