CINEFORUM / 579

Unicità singolari in cerca di sé

In uno dei suoi testi più noti, Massimo Recalcati discute la dimensione clinica e – soprattutto – simbolica del corpo anoressico. Dalla sua analisi, di chiara impronta lacaniana, emerge una rappresentazione dell’anoressia come condizione liminale e paradossale, abitata da un desiderio debole ma al contempo incolmabile. Un corpo quasi morto, che nel protrarsi della privazione ambisce a raggiungere una forma impossibile, un ascetismo che può attuarsi pienamente solo nella prospettiva del decesso. Soprattutto, ci ricorda l’autore, il corpo dell’anoressica è un corpo che – nel far emergere le spigolosità dello scheletro e nell’assumere una forma nuova – si fa progressivamente indifferente alla dimensione erogena/erotica: piatta e angolosa, l’immagine del corpo femminile si riconfigura secondo nuove prospettive (1).

Da questo punto di vista non c’è poi troppa differenza (in una prospettiva, appunto, simbolica) fra il corpo-cadavere dell’anoressia e quello dell’obesità, ugualmente portati al limite della propria forma e del proprio funzionamento fisiologico. Eppure, il dialogo fra le due condizioni risulta spesso impossibile, infruttuoso, come se ciascun individuo non potesse che rimanere chiuso nel proprio Io. Ce lo dimostra bene una sequenza solo apparentemente marginale di Non dimenticarmi (Don’t Forget Me), primo lungometraggio di Ram Nehari fattosi notare durante l’ultimo Torino Film Festival (dove si è aggiudicato, fra le altre cose, il premio per il miglior film). In un momento di reclusione nella clinica per disturbi alimentari dove si trova la giovane Tom, il tentativo di dialogo che un’altra paziente (gravemente obesa) cerca di instaurare viene immediatamente abortito dall’apatia della protagonista.

Le vicende di Tom e Neil (giovane con problemi psichiatrici sempre con una tuba al seguito, neanche fosse un personaggio di Roy Andersson) si sviluppano in ambienti fortemente connotati, per quanto mai apertamente criticati dal regista. Sia la clinica per disturbi alimentari che la casa di Tom sono rappresentati in maniera esplicita come luoghi della separazione, del controllo biopolitico dell’esistenza e della segregazione. La prospettiva adottata è, insomma, chiaramente debitrice delle riflessioni di Michel Foucault sugli spazi eterotopici dove il potere confina gli scarti dalla norma (2). Risulta insomma esplicito, soprattutto nella routine quotidiana delle compagne di clinica di Tom, come il controllo dei corpi e delle abitudini sia l’esito di un potere coercitivo che condiziona i ritmi e le forme dell’esistenza.

Più che alla dimensione esplicitamente biopolitica della reclusione, tuttavia, il regista sembra concedere spazio d’espressione a quelle silenziose tattiche di sovversione che le pazienti mettono in campo per contrastare quel controllo totale di sé che l’istituzione pretende da loro: rimane emblematico, in questo senso, il passaggio in cui il vomito – prova ultima dello stato patologico e conferma inappellabile della propria anormalità secondo le categorie mediche – viene nascosto in un controsoffitto. Da questa e da altre brevi sequenze emerge il discorso che Nehari affida alle proprie immagini: non c’è differenza di fondo fra normale e anormale, gli atteggiamenti messi in campo per controllare la naturale dissidenza del corpo sono destinati a fallire perché la segmentazione del sociale in regioni differenziali è un gesto arbitrario (e – aggiungiamo – politico).

Se normalmente tanto l’anoressia quanto le turbe psichiche rappresentano condizioni disturbanti è soprattutto perché – come ha a suo tempo dimostrato Elias in un saggio capitale sull’argomento (3) – la soglia di ciò che è socialmente conveniente è costruita in modo tale da creare sempre un Altro da escludere e medicalizzare. Il pregio maggiore di Non dimenticarmi, conseguenza diretta del peculiare modo di lavorare di Nehari, è la sua capacità di confondere le idee e rendere osmotica la frontiera che stabilisce – solitamente in modo rigido – il concetto di normalità. Adottando un approccio già sperimentato durante i suoi primi lavori (spesso realizzati a partire da workshop condotti con pazienti psichiatrici), il regista ibrida in maniera particolarmente felice fiction e improvvisazione, portando in scena attori professionisti al fianco dei pazienti.

Obiettivo primario di questo metodo di lavoro è quello di far emergere uno sguardo umano sui personaggi, che non li riduca a curiosità da scrutare morbosamente (si pensi ad esempio a un regista come Ulrich Seidl e al suo modo di guardare il corpo obeso) (4) ma si premuri di evidenziare come, al di là della propria condizione clinica, ogni soggetto costituisca un’unicità irripetibile e singolare. È forse proprio su questo aspetto che Non dimenticarmi raggiunge i suoi risultati più interessanti, perché ci mostra come sia possibile conservare (e formare) il proprio sé al di là delle appartenenze e delle costrizioni sociali. Il film non si limita a presentare l’aspetto coercitivo delle istituzioni, ma lascia emergere invece le strategie di autocostruzione e relazione che i singoli sono in grado di dispiegare al di là delle strutture entro cui la società ci incasella.

Quanto questo processo sia stato attentamente ricercato dal regista emerge chiaramente se si considera che – stando alle sue dichiarazioni – il lavoro di costruzione dei personaggi è scaturito da esperienze dirette dei due attori protagonisti (Moon Shavit e Nitai Gvirtz). Il film si costruisce quindi come un intreccio inestricabile di scrittura drammatica, ricordi e conoscenze dirette. Non dimenticarmi, pur essendo solidamente ancorato a dati di realtà, aggiunge al suo discorso il tema della (auto-)rappresentazione del sé, come emerge in particolare nel caso della protagonista femminile. Se l’incipit del film ha la funzione primaria – secondo il regista – di ricordare la natura mediata (e quindi parzialmente finzionale) di ciò che si sta guardando (5), la resa cinematografica della vicenda di Tom discende direttamente dall’esperienza dell’attrice con i disturbi dell’alimentazione.

In effetti, se il percorso di Neil conferisce al film buona parte dei suoi toni più leggeri, Tom è prima di tutto un corpo che si mostra, per quanto sempre in modo delicato e senza mai scadere in facili morbosità. Eppure, nel brano in cui la ragazza lamenta la maggiore trasparenza dei suoi denti con il personale della clinica, il gesto ossessivo di toccarsi l’interno della bocca e il rumore continuo delle dita sfregate sui denti creano una sensazione di inquietante disturbo, come se da un momento all’altro questi ultimi si dovessero staccare. Qui, come in alcuni altri passaggi di Non dimenticarmi, emerge con forza l’idea della fragilità dell’organismo e – al contempo – della sua capacità di resistere agli urti (più o meno autoinflitti) dell’esistenza. Ed è proprio su questa forma estrema di resilienza che l’opera di Nehari sembra volerci fare riflettere: nell’ultima scena, dove i due protagonisti progettano il loro particolare matrimonio, sembra prendere forma la possibilità di una nuova costruzione dei legami sociali, lontana da quelle consolidate.

 

 

(1) Massimo Recalcati, L’ultima cena. Anoressia e bulimia, Bruno Mondadori, Milano 1997.

(2) Michel Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 1976; M. Foucault, Nascita della clinica. Una archeologia dello sguardo medico, Einaudi, Torino 1998, pp. 119-35 e 161-86; M. Foucault, Eterotopia, Mimesis, Milano – Udine 2010.

(3) Norbert Elias, La civiltà delle buone maniere, Il Mulino, Bologna 1998.

(4) Soprattutto nei film Canicola (2001), Paradise: Love (2012) e Paradise: Hope (2013). Si veda inoltre: C. Wheatley, Naked Women, Slaughtered Animals: Ulrich Seidl and the Limits of the Real, in Tanya Horeck, Tina Kendall (a cura di), The New Extremism in Cinema from France to Europe, Edinburgh University Press, Edinburgo 2011.

(5) Non dimenticarmi, pressbook del film, pag. 6. Reperibile all’indirizzo: http://www.lab80.it/img/uploads/NON-DIMENTICARMI_pressbook_Lab80film_2018ok(1).pdf.