Affinità selettive

Affinità selettive

Shaft - Un detective nero sulle strade di New York

Quando ho cominciato a leggere, per la prima volta, il romanzo di Ernest Tidyman pubblicato da SUR, il mio immaginario legato a Shaft coincideva a grandi linee con quello del film capostipite della blaxploitation che ne era stato tratto (la regia era di Gordon Parks, l’anno il 1971). E, a dirla tutta, anche del film con Richard Roundtree (per non parlare del sequel del 2000 di John Singleton) ricordavo soprattutto il tema firmato da Isaac Hayes, musicista a sua volta identificato con il personaggio di Chef in South Park.

Insomma, il mio immaginario su Shaft era fortemente stereotipato: era quello del maschio nero superfly e ipersessuato, duro e maschilista, violento e sarcastico che è il modello generale per la blaxploitation. «Suck on my chololate salty balls», cantava proprio Chef/Hayes in un celebre brano per il cartoon di Matt Stone e Trey Parker.

Come spesso però accade quando si va alla radice delle cose, leggendo Shaft gli stereotipi e i pregiudizi (termini usati tutt'altro che casualmente in questo contesto) sono caduti uno dopo l'altro, di fronte a un personaggio e una storia che avevano ben poco a che fare con quello che avevo in mente.

Pubblicato nel 1970, il romanzo di Tidyman – capace di una scrittura fortemente cinematografica, come testimoniano il serrato e dinamico capitolo in cui Shaft si finge barista per tenere d'occhio e colpire a sorpresa dei sicari della mafia, o certi cambi di punti di vista che sono veri e propri stacchi di montaggio (e non a caso nel 1972 Tidyman vincerà l'oscar per il copione de Il braccio violento della legge) – è ancora molto più vicino all'hard boiled tradizionale che non alle storie della blaxploitation, per trama e protagonista. E l'elemento razziale, pur centrale, è trattato in maniera molto diversa da quando sarà fatto da Gordon Parks e da tanti altri registi neri: in una maniera che ha una risonanza fortissima e insospettabile col presente.

Sarà pure superfly, duro, violento e sarcastico, il John Shaft scritto da Tidyman, ma assomiglia molto di più – coi suoi tormenti, l'animo solitario e in qualche modo minato da una perenne stanchezza esistenziale – a un Borgart nero e anni Settanta che ai tanti epigoni cinematografici che dalle pagine del libro hanno colonizzato gli schermi americani e di tutto il mondo. Quanto al sesso, e al maschilismo, c'è soprattutto amarezza nella riflessione del detective, che parlando a sé stesso delle ragazze bianche del suo quartiere sa di essere nelle loro fantasie: «Le spaventava da morire. Il grosso uomo nero con il grosso coso nero. Correvano tutte a casa dalla mamma, si distendevano nella schiuma di un bagno caldo e pieno di sali, e giocavano un po’ pensando a lui. Meglio così. Se ci avessero provato davvero, avrebbero rovinato tutto. Sarebbe stata soltanto un’altra scopata. La fantasia era molto più divertente della realtà».



Il grosso uomo nero con il grosso coso nero.
John Shaft sa di essere uno stereotipo, per la donna bianca. Sa di essere un corpo, e un corpo animalesco, per una società sull'orlo del collasso. O di una rivoluzione. «C’è una rivoluzione in corso in questa città, e anche in tutte le altre. Io lo so, anche se sono solo un poliziotto», dice a un certo punto il bianco Anderozzi.

La trama di Shaft è giocata infatti sulla tensione che si viveva a New York negli anni di massima espansione delle Black Panthers; su una rivolta razziale pronta a esplodere con radicale violenza anti-establishment, proprio come accaduto di recente in diverse città degli States all'indomani dell'ennesima insensata e ingiustificata uccisione di un nero da parte dei soldati blu delle forze di polizia. Una rivolta di corpi, per il corpo.

Cosa significhi essere portatore di un corpo nero, e di quanto sia difficile tutelarlo, l'ha spiegato con rabbia e commozione Ta-Nehisi Coates nel recente e bellissimo Tra me e il mondo, e con spirito irriverente e paradossale il Paul Beatty di Lo schiavista. Tidyman, però, da scrittore bianco, era stato capace di spiegarlo 46 anni fa. «Un cadavere a Times Square passa inosservato come un babbuino in una sala da ballo, ma un muso nero morto è un muso nero morto. Cosa gliene fregava alle giubbe blu?», pensa John Shaft, una pantera – come raffigurato nella copertina dell'edizione italiana – che agisce per puro istinto, un corpo che fin da bambino risponde «restare vivo» all'assistente sociale che gli chiede cosa vuol fare da grande. Perché, scrive Tidyman e pensa Shaft, la sopravvivenza è un «luogo nero»; perché «essere nero richiedeva un tale spreco d’energie. Fisiche e psichiche».

Ma nonostante questo, nonostante la consapevolezza di essere portatore di ciò che per i bianchi è la «lebbra della sua nerezza», nonostante a costringerlo a muoversi d’istinto e di rabbia sia «probabilmente il fatto che è solo, che è nero e che è convinto di sopravvivere», John Shaft trae la sua vera forza – letteraria e ideologica – da una collocazione sociale e politica che appare quasi premonitrice di cambiamenti a venire e non necessariamente compiuti ancora oggi.

Spinto da Knocks Pearson, personaggio che allo spettatore di cinema non può non richiamare alla mente il Marcellus Wallace di Pulp Fiction, spinto dalla «scaltrezza della propria identità nera» del gangster, John Shaft non può fare a meno di riflettere sulle due facce del suo mondo. «Shaft era un nero, aveva detto Persons, ma era anche un bianco. Lo era davvero? La sua vita si svolgeva in entrambi i mondi. Si domandò se davvero aveva saputo fare il passaggio, e quali cambiamenti erano avvenuti in lui perché Persons potesse con tanta facilità definirlo un mutante».

Un mutante. Nella New York sul baratro della rivolta degli anni Settanta, il corpo nero di Shaft non è umano né animale, ma è un corpo mutante. Un X-Men, che come tutti gli X-Men è gravato dal peso di una condizione che lo rende un nuovo step evolutivo, che gli regala poteri incredibili e speciali.

È ancora una volta Knocks Persons, il gangster, reso illuminato dall'amore per una figlia perduta che Shaft deve ritrovare, e non il Ben Buford reso cieco dall'ansia ideologica e rivoluzionaria, a spiegare a John Shaft quale sia il suo potere immenso e impagabile: «In quanto a lei, lei è nero. Perciò, in un certo senso, può avere idea di cosa prova e pensa questa ragazza. Ma per il mestiere che fa e per i posti che frequenta, è in parte anche bianco. Ed è abbastanza in gamba per andare e venire tra il mondo bianco e il nero. È questo che le sto chiedendo. Voglio che lei pensi per me a questa ragazza, che sfrutti il suo saper passare da nero a bianco e da bianco a nero, e me la trovi. Non ho intenzione di farle del male. E se accetta di fare questo per me, ho molti modi per aiutarla».

Di fronte a questa richiesta, che è il dono di un'illuminazione, John Shaft rimane così: «Certi separatisti arrabbiati lo avevano persino definito «zio Tom», ma mai nessuno lo aveva chiamato bianco. Ma capiva. Persons, così nero a suo modo, capiva la dicotomia».

La dicotomia di un mutante; di un nero venuto dal futuro e condannato alla solitudine per questo; di un corpo che sapeva di dover lottare ogni giorno per la sua sopravvivenza ma che sapeva, se non altro per convenienza o per inconscia consapevolezza, che chiudersi nuovamente nella segregazione autoimposta di Lo schiavista era una soluzione inutile e paradossale.