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Affinità selettive

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Von Trier, il pompino e il morso a vuoto


Una cosa ho sempre apprezzato dei film di Von Trier, anche quando non mi convincevano: che sono l’espressione di una paura, l’ammissione di un terrore doloroso e impotente. Verso cosa è fin superfluo dirlo, la donna ovviamente, che per Von Trier è una creatura misteriosa, inavvicinabile e impenetrabile, e dunque da provare a penetrare in ogni modo, anche il più violento.

La sua ossessione nasce dall’incapacità di capire la natura del piacere femminile e in Nynphomaniac, così intellettuale e didattico, almeno inizialmente e nelle intenzioni, è evidente come Von Trier faccia di tutto per tenersi a freno di fronte al potere dell'ignoto, senza incazzarsi o cedere all’attrazione.

Von Trier è il passeggero di prima classe che resiste alla ragazzina ninfomane, che oppone argomenti razionali alla seduzione meccanica, ma che alla fine cede quasi contro voglia alla sua bocca, immobilizzato dall’assalto. L'orgasmo arriva come un'esplosione sotterranea, come lo sfogo di una sensazione di terrore, l’espressione irrazionale e vigliacca di un paura lontana e animalesca, la paura del morso.

Perché a vedere la giovane Joe intenta a fare un pompino, mi è venuto in mente L’animale morente di Philip Roth, e il passaggio dedicato al morso a vuoto, quando David Kepesh illustra la relazione di sesso e potere che lo lega all'amante Consuela e racchiude la loro battaglia nella morsa di un bocca serrata, vendicativa e minacciosa.

Per molti versi si potrebbe pensare che Von Trier sia come Roth, ossessionato dal sesso e dal suo racconto, solo più spaventato e meno divertito, privo dello stesso piacere, e condannato a vivere nel terrore dell'altro. Da qui, da questa prigione emotiva, credo derivi la dimensione tragica delle sue riflessioni, che almeno per quanto mi riguarda supera il valore dei singoli film e li rende interessanti a prescindere dal posizionamento in quello che Luca Malavasi chiama giustamente bipolarismo perfetto.

In ogni caso, il passaggio dell'Animale morente è questo:

Poi accadde qualcosa. Il morso a vuoto. La reazione del morso. Il morso con cui la vita reagisce. Una sera Consuela andò oltre i confini della sua confortevole, educata, abituale efficienza, lasciò il corso di studio sotto la guida del suo tutor per l’ignoto dell’avventura, e così cominciò per me la turbolenza della nostra relazione. Ecco come andarono le cose. Una sera che Consuela era stesa sul letto sotto di me, passivamente supina, in attesa che io le aprissi le gambe e glielo mettessi dentro, le ficcai due cuscini sotto la testa, tirandogliela su, gliela feci appoggiare alla spalliera del letto, così, e con le ginocchia piantate ai lati del suo corpo e il culo centrato su di lei, mi sporsi verso il suo viso e ritmicamente, senza interruzioni, glielo misi in bocca e spinsi. Ero così stufo, capisci, dei suoi pompini meccanici che per sconvolgerla la tenni ferma, la immobilizzai tenendola per i capelli, prendendone una ciocca con la mano e avvolgendomela intorno al pugno come un nastro, come una cinghia, come le redini attaccate al morso di una briglia. 

Ora, nessuna donna ama essere tirata per i capelli. E certo che si eccita, qualcuna, ma questo non significa che la cosa le piaccia. E questo alle donne non piace perché in quel momento riesce loro impossibile ignorare la prepotenza che stanno subendo, una prepotenza che deve continuare e che le spinge a pensare, Il sesso, ecco, è proprio come immaginavo. E’ veramente brutale: e quest’uomo non è un bruto, ma conosce la brutalità. Quando venni, e mi staccai, l’espressione di Consuela era non soltanto inorridita, ma feroce. Sì, le sta finalmente capitando qualcosa. 

Non è più così comodo, per lei. Non è più una studentessa di piano che fa le scale sulla tastiera. Nel suo intimo qualcosa si è mosso, incontrollabilmente. Ero ancora sopra di lei – inginocchiato e gocciolante – e stavamo ancora guardandoci freddamente negli occhi, quando Consuela, inghiottito il boccone amaro, mi mostrò i denti. Con un ringhio improvviso. Crudele. Contro di me. Non era una commedia. Era una cosa istintiva. Mi mostrò i denti, ringhiando, e li strinse, usando tutta la forza dei muscoli masticatori per alzare violentemente la mandibola. Era come se dicesse, Ecco che cos’avrei potuto fare, ecco che cosa volevo fare e non ho fatto.

Finalmente una reazione immediata, incisiva, primordiale da parte di quella ragazza, così classicamente bella e sempre così controllata. Fino ad allora tutto era stato dominato dal narcisismo, dall’esibizionismo, e malgrado il dispendio di energie, malgrado l’audacia, era stranamente inerte. Non so se Consuela si ricorda di quel morso, di quel morso liberatore che la sottrasse alla propria sorveglianza e la introdusse in quel sogno sinistro, ma io non lo dimenticherò mai. Tutta la verità dell’amore. La ragazza istintuale che spezza non soltanto il recipiente della propria vanità, ma la schiavitù della sua accogliente famiglia cubana. Questo fu il vero inizio del suo dominio: il dominio cui l’aveva iniziata il mio dominio. Io sono l’autore del suo dominio su di me. 

Philip Roth, L’animale morente (trad. Vincenzo Mantovani)

In un passaggio come questo capisci Roth, e di rimando pure Von Trier. Capisci come uno scrittore sia in grado di trasformare il sesso in antropologia, in una battaglia dei desideri, senza svilire il piacere o la rabbia, abbracciando e accettando la paura dell'altro, e al tempo stesso, soprattutto questa volta, di fronte al tormento intellettuale di Nymphomaniac, capisci come al contrario un regista sia da sempre all’inseguimento di un sogno sinistro, di come ne sia ossessionato e respinto, e di come, in fondo, non faccia altro che raccontare la sua dannazione, prolungando il sogno per poterlo vivere come un incubo.