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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Bocconi prelibati

Bocconi prelibati

Il vecchio che avanza

Non me la prendo col cinema dei padri (anzi, vorrei tornassero tutti, i padri, redivivi, zombi più belli dei vivi). E neanche col cinema dei vecchi (anzi, ci sono numerosi vecchi e stravecchi più giovani e sani di tanti quarantenni). Ma col cinema vecchio sì, me la prendo oggi e domani, e forse anche dopodomani.

Perché vecchio non vuole automaticamente dire classico, sapete. Di più: nel caso di questo cinema da Oscar orrendo, vecchio non vuol dire manco vecchio, cioè con molti anni sulle spalle, curvo, dolente, dolorante; in questo caso, riguardo a questo cinema da Oscar pieno di attoroni in spolvero truccato, for your consideration, da celebrazione impellicciata perché ingrassati e pelati e parruccati (American Hustle), o perché incredibilmente (in-cre-di-bil-men-te!) dimagriti e in drag (Dallas Buyers Club), o perché bravissimi – i-nar-ri-va-bi-li – a fare i rincoglioniti in un bianco e nero granuloso che fa subito d’essai e arty (Nebraska), ecco, in questo caso, tristissimo e odierno, vecchio vuol dire muffo, decrepito, raggrinzito, seduto sul dondolo, disteso in un letto d’ospedale, rigido nella bara.

Possibile che siamo chiamati a farci piacere (perché ce lo facciamo piacere, ed è inutile negarlo) un cinema che non dice niente di niente, né di noi, né del mondo? Possibile che dobbiamo applaudire un’insulsaggine di film lunga cinque ore (percepite) che ci racconta ancora una volta il vero e il falso, il travestimento e l’artificio della realtà, per di più – di nuovo! - in pantaloni a zampe d’elefante (ah, l’originalità, la nostalgia, la musica)? O un dramma tanto commosso e commovente su un omofobo sessista malato di Aids che, dopo aver superato la propria ignoranza (da bravo uomo a stelle e strisce), si batte per tutti i malati di Aids contro quei cattivoni dell’industria farmaceutica? O un road movie attraverso gli Stati Uniti desolati con un rimbambito che costringe il figlio ad accompagnarlo a ritirare un premio che forse c’è o forse non c’è?

Scusate, ma che cinema è? Che valore ha, oggi? Perché ce lo spacciano come un immaginario di valore, da seguire e di cui tenere conto? Perché qualcuno dovrebbe considerarlo degno di contribuire a questa storia del cinema, la storia del cinema che di qui a trent’anni sarà studiata nelle scuole e che i laureandi dovranno ripassare e imparare a memoria? Ma ce li vedete voi i ventenni del 2044 a rivedere American Hustle? Ce la faranno? Arriveranno fino in fondo? Eppure è questo il cinema che diventerà storia; e con il benestare dell’Academy hollywoodiana, tanto di guadagnato.

Siamo giunti al livello di guardia in cui è addirittura l’horror a puzzare di vecchio (quell’odore di naftalina, di armadio della nonna, di cassetti con federe ricamate cent’anni fa). L’horror contemporaneo (vedi Lo sguardo di Satana – Carrie, e poco importa che sia un remake) non è più trascurabile, o irritante, o insulso, o semplicemente brutto: no, adesso anche l’horror è vecchio, sa di rancido, è avariato. Non c’è più niente perfino in questo genere, che a intervalli regolari (sebbene lunghi) è quasi sempre riuscito a reinventarsi (o perlomeno a rilanciarsi, anche nella serialità, che di per sé non è un male); se consideriamo che anche buona parte del cosiddetto cinema da festival è ormai raffermo, e rischia di morire se non ci sarà un giro di boa vertiginoso, mi chiedo cosa resti.

Mi rifiuto di pensare che questo cinema sia il nuovo cinema popolare, cioè per la gente. E mi auguro che esso sia destinato a morire in un arco di tempo brevissimo. Sogno – evitando se possibile di fare la figura del brontolone – che questo cinema crepi e sparisca una volta per tutte, e che sui libri di storia del cinema e nelle lezioni dei professori del futuro trovino spazio venti Facciamola finita, cinquanta Spring Breakers, cento Gravity, piuttosto che un solo Dallas Buyers Club.

Perché se è vero che film come Nicola e Alessandra, Sounder e A spasso con Daisy trovarono agli Oscar il loro momento di gloria, è anche vero che non fanno parte di nessuna pagina di storia del cinema degna di nota, e nessuno oserebbe insegnarli agli studenti. Ecco, vorrei sperare che questo osceno momento di una verità invedibile e inascoltabile e questa mostruosità in ghingheri che purtroppo fa proseliti come neanche gli ultracorpi possano illuminarsi esclusivamente delle luci scintillanti dei fuochi fatui, godere del godimento di prestazioni occasionali da mandare al macero della memoria.

Perché il rischio vero, oltre a tutto il resto, è che su questo cinema così povero e così vecchio si formino i nuovi critici. Che poi anche molti di quelli già paludati (e magari di ruolo) ci campino, esercitando il loro mestiere con il piacere di cibarsi di questo cibo guasto, è un altro discorso, troppo spinoso e a rischio querela. Non voglio nessuna querela, io; non voglio passare per uno scorbutico a cui non va bene niente; però voglio un po’ di bel cinema. Chiedo troppo?