My Favorite Things
Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Llewyn Van Ronk Davis sta per uscire dal Gaslight Cafe, questa volta in tempo reale, a compimento del destino che il flash forward iniziale del film ha stabilito per lui: lo aspetta fuori il «suo amico giacca e cravatta»... e tutto sarà molto peggio di quanto non abbia fino a questo punto creduto (e di quel che a noi, che abbiamo seguito la discesa inarrestabile degli eventi, possa essere sembrato).

Ha appena finito di cantare «Hang me, oh hang me...», premonitorio: è arrivato uno straniero in città e adesso è lì, sul palco, con la sua chitarra e l'armonica e capelli arruffati, che canta Farewell e la sua voce è cartavetrata. Llewyn gli dà giusto un'occhiata, dirigendosi verso l'uscita sul retro per andare a prendere la sua razione di botte da un marito giustamente offeso.

Un'occhiata e un ascolto fuggitivo, ma la canzone accompagnerà in sottofondo il pestaggio, come un commento beffardo: «Oh it's fare thee well my darlin' true, / I'm leavin' in the first hour of the morn. / I'm bound off for the bay of Mexico / Or maybe the coast of Californ. / So it's fare thee well my own true love, / We'll meet another day, another time. / It ain't the leavin' / That's a-grievin' me / But my true love who's bound to stay behind.». Davis e anche quelli che si pensano migliori di lui non lo immaginano ancora, ma le cose sono già cambiate.

Qualche anno dopo quella serata, immaginaria eppure reale. Sixto “Sugar Man” Rodriguez lavora e scrive canzoni per cantarle tra la nebbia e il fumo in un locale di Detroit. Quando gli fanno firmare un contratto e lui incide il suo primo album, gli sembra di aver raggiunto il suo destino. Ce ne sarà un secondo, l'anno dopo, e sarà l'ultimo: «Cause I lost my job two weeks before Christmas / And I talked to Jesus at the sewer / And the Pope said it was none of his God-damned business / While the rain drank champagne».

La sua casa discografica lo scaricherà, proprio due settimane prima di Natale 1971, e Rodriguez scomparirà dall'orizzonte degli eventi musicali negli States: il buco nero lo proietterà al di là dell'Atlantico, nel Sud Africa dell'apartheid, in un alone mitico che però soltanto 25 anni dopo lo restituirà a se stesso.

Rodriguez “meglio di Bob Dylan”, dicono quelli che lo hanno ascoltato allora, eppure inghiottito dall'anonimato, a lavorare in fabbrica e in cantiere, a fare politica di base. Meglio di Bob Dylan. Chi lo sa. Di sicuro c'è solo l'autore di alcune canzoni fortemente evocative, che del folksinger arrivato da Duluth, Minnesota, e modello di tanti, hanno certo saputo cogliere lo spirito inquieto e rabbioso di un momento irripetibile.

Un prima e un dopo quell'esordio decisivo e già consapevole al Gaslight Cafe. In mezzo, il genio dell'inafferrabilità, che tutti hanno cercato invano di addomesticare: i'm not there