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L'altra faccia delle lune

L'altra faccia delle lune

Calimero e i neri

In occasione della scomparsa, il 9 luglio 2001, di Toni Pagot, Oliviero Toscani non si associa al generale cordoglio, ma coglie l'occasione per affermare che la sua più nota creatura, il pulcino, è «patetico, razzista e falso; l'emblema della pubblicità cattiva, seduttiva, che faceva piacere anche le cose più kitsch e puntava sulla tenerezza; oggi tutta la pubblicità è calimeriana».

Una delle consuete sparate del famoso fotografo e maître à penser, fatte magari per épater le bourgeois, o una verità profonda, che va ben oltre la pubblicità e anche il costume? La questione è antica, ma forse Toni (nome d'arte di Antonio Pagotto, nato in questo giorno) è estraneo alla questione. Fratello di Giuseppe (in arte Nino Pagot, nato il 22 maggio 1908 e morto il 23 maggio 1972), con lui realizza uno dei primi e rarissimi lungometraggi italiani a disegni animati, I fratelli Dinamite (1948), per il quale sarebbe bello e importante consegnarlo alla memoria.

Entrambi, insieme a Ignazio Colnaghi (che darà la voce al pulcino), vengono invece maggiormente ricordati per l'animazione applicata alla pubblicità televisiva, specie nei Caroselli anni '60 e soprattutto per il celeberrimo Calimero: il pulcino nero nato il 14 luglio 1963, che – come tutti sanno – non è “nero”, ma semplicemente “sporco”, insomma uno “sporco nero”, per non dire “negro”. E qui nasce, anche se ancora non si chiama così, cinquant'anni fa l'accusa di politically uncorrected.

La notorietà di Calimero è altissima almeno fino alla metà degli anni '70, tanto che il nome del personaggio entra nel comune lessico, e altrettanto accade per alcune frasi celebri, tipo «Eh, che maniere! Qui tutti ce l'hanno con me perché io sono piccolo e nero... è un'ingiustizia però». Si dimentica persino che reclamizza soltanto un detersivo della Mira Lanza, anche se la battuta conclusiva – «Ava, vedessi come lava!» – rientra anch'essa nel lessico familiare. Una fama tale da non lasciare indifferente Umberto Eco, che nel suo Diario minimo annota: «Quando un personaggio genera un nome comune ha infranto la barriera dell’immortalità ed è entrato nel mito: si è un calimero come si è un dongiovanni, un casanova, un donchisciotte, una cenerentola, un giuda».

Dal bianco e nero delle prime avventure Calimero passa al colore di ben 290 nuove storie, volte al servizio di un'intera gamma di prodotti (articoli di abbigliamento e generi alimentari, accessori e prodotti scolastici, gadget e altro ancora), e varca i confini nazionali, doppiato in diverse lingue e andato in onda persino in Giappone. Una carriera lunga e ancora in espansione, tanto che la francese Gaumont realizza nel 2014 104 nuovi episodi in 3D, trasmessi Oltralpe su TF1 e in Italia su RaiDue, e distribuiti addirittura da Disney Europa. ..

E le antiche polemiche? Nel grande business planetario si stemperano, dimenticando che le caratteristiche di Calimero andavano oltre l'immagine del brutto anatroccolo, agganciandosi a luoghi comuni regionalistici nonché razzisti, attraverso l'accento veneto e il colore stesso del pulcino. Una nuova lettura lo elegge persino a simbolo del diverso, del perseguitato, alla ricerca del riscatto. «Un riscatto conquistato grazie all’Olandesina, che il dibattito psicanalitico ha identificato come crocerossina del pulito e dell’affermazione identitaria, e che in grembiulino inamidato e zoccoletti, si mostra da subito risoluta ad immergere lo sventurato pulcino nero in una tinozza colma d’acqua saponosa (sostituita nei caroselli dei primi anni ’70 dall’ancora più miracolosa lavatrice), e a detergerlo in un catartico bagno da cui Calimero emerge sorridente e candido come la neve, pronto a pigolare lodi per i miracolosi effetti sbiancanti del detersivo da reclamizzare.»

Oddio, che lo scriva il 27 marzo 2013 il “nero” Secolo d'Italia è uno strano segnale: evidentemente anche i neofascisti sono soltanto sporchi.