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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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L'altra faccia delle lune

L'altra faccia delle lune

Con Rouch nel pugno

Provate a immaginarvi i film della Nouvelle Vague girati per la gran parte in studio, con postazioni fisse, problemi di illuminazione, riprese e prove elaborate, movimenti di macchina studiati ad anteriori e sonoro a posteriori. Tutto, o quasi, come il cinema sino agli anni '50. Ebbene sarebbe stato così se un meno giovane connazionale dei “giovani turchi”, tale Jean Rouch, nei suoi primi film girati tra il 1946 e il 1949, non fosse ricorso a una cinepresa 16mm leggera della Bell and Howell, comprata al mercatino delle pulci di Parigi e utilizzata per di più a mano, avendo spaccato il treppiede. Questo suo cinéma direct con tanto di caméra au poing si perfeziona e completa una decina d'anni dopo allorché egli utilizza per la prima volta un’attrezzatura leggera per la registrazione del suono sincrono. Jean-Luc Godad, tra gli altri, ringrazia.

Rouch non è propriamente un cineasta (anche se risulta regista di 100 film, operatore di 25, sceneggiatore di 11, produttore di 4, attore in 4), quanto un etnologo, un etnografo, un antropologo di fama mondiale, ma il suo è comunque vero cinema, è il presupposto del cinéma vérité. «Meno poetico di Flaherty, più narrativo di Ivens, meno sperimentale di Dziga Vertov e più vicino forse a un Rossellini, Rouch tenta di mettere il cinema – le immagini, i suoni, i ritmi della vita – al servizio della conoscenza. Ricrea una realtà che egli ha vissuto insieme agli altri, con la pazienza e lo scrupolo necessari per rispettare il più possibile i dati di partenza ma anche per non umiliare la propria fantasia né conculcare il diritto all'invenzione» (Fernaldo Di Giammatteo).

Sin dai tempi di Au pays des mages noirs (1947), l'autore di Moi un noir (1957), La pyramide humaine (1958), Chronique d'un été (1960, in collaborazione con Edgar Morin) trova nell'Africa francofona il suo campo di battaglia, dalla crisi del colonialismo all'indipendenza e ai suoi torbidi sviluppi, ora visto con gli occhi del primitivo ora con quelli dell'ironico sociologo, ed esteso a quanto succede nella multietnica Francia. Ed è proprio in Africa, a Birni N'Konni (Niger), che, all'età di 86 anni, ancora attivo, trova la morte in questa data in seguito a un incidente automobilistico.