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L'altra faccia delle lune

L'altra faccia delle lune

Eravamo tre compagni a Cannes

Eravamo tanti amici al bar... Anni '50 (per chi ci fu), anni '60 (per chi c'è stato), anni '70 (per chi c'era e poteva farsi vedere). Poi negli anni '80 al bar non ci è andato più nessuno (si beveva gratis – il conto lo si sarebbe pagato soltanto a distanza e con gli interessi – ai vernissage, ai meeting, alle convention) e adesso, nei tardi anni '90, ognuno consuma quel che può a casa sua.

Sembra la storia del cinema italiano, delle sue organizzazioni (a cominciare dall'Anac, quella vera, con i registi che non si limitavano ad apporre la qualifica sul biglietto di visita) e delle sue coesioni. Come la cultura era assimilabile alla sinistra, tanto più lo era il cinema: messaggio molto più diffuso, cassa di risonanza molto più popolare, audience quasi sterminata. E di sinistra erano bene o male, o parevano, quasi tutti i suoi cineasti: nel momento in cui presentavano un film, denunciavano una censura, firmavano un manifesto o un appello elettorale. Altrimenti non erano.

Tranquilli. Non stiamo adottando le tesi autopersecutorie care a gente di cinema (di cinema?) come Franco Zeffirelli o Pasquale Squitieri o ad attori (attori?) come Lino Banfi e Luca Barbareschi, i quali hanno l'unico merito (merito?) di essere usciti allo scoperto in quanto a già risaputa vocazione politica. Stiamo semplicemente riflettendo sulla contraddizione in atto: una sinistra che nel cinema non esiste, proprio nel momento in cui per la prima volta la cultura entra nell'organico di un governo, affidata a un vicepremier che è stato al contempo filmmaker (modesto), cinefilo (sfegatato), recensore (di quelli che le recensioni le raccolgono subito in volume) e protodiffusore di videocassette da edicola, nonché – per confortare la crescente disoccupazione giovanile e l'emergente classe pensionistica – promotore dei pomeriggi al cinema. Contraddizione o diretta conseguenza? Non è che, almeno in certi casi, paghi più l'opposizione che la partecipazione, la fronda intelligente che la progettazione solo volonterosa?   

Quando leggerete questa pagina si sarà conclusa anche la cinquantesima edizione del festival di Cannes ed è sempre azzardato emettere pronostici, accodarsi cioè all'andazzo generale dei media per i quali l'evento è l'annunciazione (qualunque sia il messia), non il fatto in sé e tantomeno il bilancio che se ne può trarre. Ma, per restare in tema, colpisce un servizio dell’Espresso (30 aprile 1997) dal titolo minaccioso (o, secondo i gusti, ironico): Tre compagni a Cannes. Sarebbero Francesco Rosi, che presenta La tregua, Marco Bellocchio, che presenta Il principe di Homburg, e Nanni Moretti, che presenta se stesso come componente della giuria (auguri al convenuto o, meglio, agli altri convenuti).

Nella canzonetta, almeno gli amici al bar inizialmente erano quattro; qui si parte già a ranghi ridotti, anche se sappiamo che alla fine non ne resterà nessuno. Compagni? Non pare tra di loro, e non solo per fatti generazionali: può essere che si stimino vicendevolmente ma è certo che si autostimano notevolmente, e l'una cosa esclude l'altra. Compagni in assoluto? Rosi è socialista da sempre, sia quando significava remare contro, sia quando voleva dire essere a cavallo della tigre (o del cinghiale) e trarne qualche beneficio. Bellocchio è irrazionale da sempre, sia quando si consegnava politicamente all'Unione dei Comunisti, sia quando si è consegnato psicanaliticamente a Massimo Fagioli (che non è il vero cognome di Serena Grandi). Moretti è un autarchico per sua stessa definizione, una “cosa” che ne compendia tante, un egocentrico che si proietta in varie immagini di se stesso e che non potrebbe partecipare pacificamente nemmeno a un'assemblea di condominio, figurarsi a un girotondo.

Può essere comunque che siano le opere a parlare al loro posto. Ma La tregua è un film palesemente vecchio, irrorato di qualche nuova volgarità, di cui non si può dire male per calcolato rispetto delle vittime. Ma Il principe di Homburg, persino a chi l'ha premiato con pregiudiziale e spregiudicato anticipo ai David di Donatello, risulta un esercizio di stile, la cui tematica, all'alba del Duemila, meno potrebbe importarci (come è già accaduto per i fratelli Taviani de Le affinità elettive). E se Moretti, in attesa del misterioso parto di Aprile, vuol dire Caro diario, se questo è il suo top, allora la sinistra è episodica, svagata, divertita e non divertente, narcisistica e allocentrica (e poi la Vespa non era di destra?). 

Tre compagni a Cannes (cinque se volessimo contare anche il Salvatores di Nirvana come “evento” e il Bernini de Le mani forti alla Quinzaine). I loro percorsi sono talmente diversi che non potrebbero incontrarsi nemmeno al bar. Però potrebbero sottoporsi a un test al quale si sono sottoposti in tanti. È finalmente arrivata in edicola la cassetta di Z-L'orgia del potere, un lontano film di un lontano 1968 targato Costa-Gavras. Piacque allora alla sinistra ufficiale, lo sbeffeggiarono – unitamente a tanto altro “cinema politico” - i contestatori estremisti. Oggi, da questo “introvabile” (da mesi al top dei desiderata di Film TV) la sinistra ufficiale prende le distanze, mentre quegli invecchiati estremisti scoprono che l'impegno rende ancora qualcosa, che il melodramma è tuttora in atto, che il teatrino delle caricature ha tante somiglianze con quanto è accaduto nei decenni trascorsi e accade ancora oggi. Da qualche parte, la lettera «Z» (sia pure in greco antico) vuol dire ancora: «È vivo».

(Autocitazione, da Duel, maggio 1997)