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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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L'altra faccia delle lune

L'altra faccia delle lune

Film di cui si parla

Tre recensioni di Ugo Casiraghi apparse in questa data su Il Calendario del Popolo, mensile comunista di divulgazione culturale. Saranno prossimamente raccolte nell'e-book Il cinema del Calendario, a cura di Lorenzo Pellizzari.

«Non c’è pace tra gli ulivi è destinato, forse, a suscitare polemiche. Non però, in ogni caso, come il precedente film dello stesso regista: Riso amaro. È la storia di un pastore povero, cui un prepotente porta via il gregge, tenta di sposare la ragazza e violenta la sorella. Egli è costretto a farsi giustizia da solo, ma non riuscirebbe senza l’appoggio di tutto il paese e degli altri pastori poveri come lui. De Santis è ciociaro, e pare che questa storia l’abbia udita spesso raccontare dalla sua gente. Per la prima volta il regista fa un film sulla sua terra, e – sebbene alcuni difetti tipici del suo stile non siano scomparsi – i personaggi sono sentiti con maggiore sincerità, tolto qualche eccesso su cui si può chiudere un occhio. Il finale di Non c’è pace tra gli ulivi ha dato fastidio alla censura, per quanto il film termini esattamente come in America i film del West: con lo sceriffo (il carabiniere) che giunge un minuto dopo che l’eroe “si è fatto giustizia” e, invece di arrestarlo, gli batte amorevolmente la mano sulla spalla. Ma la vicenda non è americana: è italiana. E Raf Vallone è un “eroe” della Ciociaria, dritto, forte, leale, che indica ai suoi simili la strada di una rivolta sacrosanta, e che essi aiutano, e sempre più aiuteranno.»

«Un altro film, discutibile, ma degno della simpatia con cui viene accolto (anche se la conclusione lascia il pubblico un po’ confuso), è Napoli milionaria, trascrizione cinematografica della nota commedia di Eduardo De Filippo, eseguita dall’autore stesso, che ha intenzione di portare sullo schermo tutto il suo teatro. Il film presenta notevoli aggiunte e variazioni rispetto al testo teatrale. Sono ormai passati alcuni anni da quando si attendeva che la bambina di Gennaro “passasse la nottata”, cioè che l’Italia uscisse dai disastri della guerra. Ne è uscita, finalmente? “A quanto pare, no”, risponde Eduardo nel nuovo finale, che sarebbe senz’altro più esplicito se terminasse qualche minuto prima, sull’inquadratura del cappello da prete che sostituisce quelli fascisti, nazisti e americani. Anche la parte introduttiva, quella che descrive il periodo fascista a Napoli, ha qualcosa in più della commedia, ed è spigliata e brillante, oltre che sensibilmente antifascista (cosa che, di questi tempi, fa piacere).»

«Il problema, attualissimo, della guerra e della pace, è affrontato pure in Cuori senza frontiere, ma risolto in modo superficiale. “Aboliamo le frontiere”, dice il film. Bella scoperta! Ma perché? Semplicemente perché il cuore dei bambini – come quello degli innamorati – è senza frontiere. La “linea bianca” di confine, stabilita dagli alleati, ha spaccato in due un paesetto: metà all’Italia, metà alla Jugoslavia. Un bambino vuol abolire la barriera tra sé e i suoi amici, vuol giocare ancora con loro. E cade colpito da una scarica di mitra. I “grandi” da una parte e dall’altra, per qualche istante aprono gli occhi, sembra tornino a volersi bene. Solo per qualche istante, però: la “linea bianca” continua a dividere popoli e nazioni. Il regista è Luigi Zampa, quello di Vivere in pace e di Anni difficili. Sì, gli anni sono ancora “difficili”, e Zampa vuole ancora e sempre “vivere in pace”. D’accordo, ma per ottenere la pace, bisogna anche sapere impostare più realisticamente i problemi. Il bambino è il nostro caro “Bruno” di Ladri di biciclette, cresciuto di una spanna e, purtroppo, assai meno spontaneo di allora.»