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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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L'altra faccia delle lune

L'altra faccia delle lune

Il colore di Becky Sharp

Non sono in molti a ricordare il giorno della sua morte, alla bella età di novant'anni, l'armeno Rouben Mamoulian, inattivo da ormai quarantanni (il modesto e un po' bieco La bella di Mosca, 1957). Il suo addio allo schermo sarebbe potuto essere Cleopatra (1963), ma cedette la sedia a Mankiewicz quando gli rifiutarono l'afroamericana Dorothy Dandridge nel ruolo che sarebbe stato di Liz Taylor. Tanto per confermare le qualità della persona (o del personaggio) e il suo anticonformismo..

Le sue primazie iniziano a Broadway allorché mette in scena (1927) la prima versione di quello che sarà Porgy and Bess, show che propone nella sua forma definitiva nel 1935, così come sarà il primo regista di famosi musical quali Oklahoma! (1943), Carousel (1945) e Lost in the Stars (1949).

Il suo primo film, Applause (1929), è non solo uno dei primissimi film parlati, ma anche quello che fa un uso innovativo dei movimenti di macchina, allora abitualmente confinata negli statici iceboxes che ne isolavano il rumore. E lo stupore circonfonde anche il suo Dottor Jekyll (1931), specie per le scene in cui assistiamo alla sua trasformazione nello scimmiesco Mr. Hyde.

Trascuriamo pure i pregevoli Le vie della città (1931), Amami stanotte (1932), Il cantico dei cantici (1933), La regina Cristina (1933), Resurrezione (1934), in un crescendo di finezze tecniche e figurative, e affrontiamo un altro primato: l'avvento del Technicolor, versione tricromatica, in un lungometraggio non di animazione.

Il filn è Becky Sharp, proiettato per la prima volta a New York il 13 giugno 1935, sesta versione (se ne avrà soltanto un'altra nel 2004 a firma Mira Nair) del romanzo La fiera della vanità di William Makepeace Thackeray. Direttore della fotografia è Ray Rennahan che usa una cinepresa avente all'interno tre diverse pellicole, ognuna per ciascuno dei tre colori primari, ricongiunte, dopo lo sviluppo, su un film unico. Adotta inoltre l'accorgimento di girare completamente all'interno degli studios della RKO, per poter controllare le luci e il conseguente equilibrio cromatico, al riparo dai fatti imprevedibili delle riprese in esterno. Ne viene un po' a soffrire il respiro del film, ma la visione, che gioca sugli effetti e su improvvise macchie di colore, è impeccabile.

Suoi sono anche i due successivi film in Technicolor: il musical Sorgenti d'oro (1937) e soprattutto Sangue e arena (1941), che addirittura cerca di rifarsi alla pittura classica spagnola. Ma, nonostante il grandioso successo di quest'ultimo, il futuro di Mamoulian è piuttosto scialbo. Sembra che in lui il colore sia spento.