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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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L'altra faccia delle lune

Nel 1955 avremmo voluto poterla vedere nei panni, che sembravano tagliati per lei, di Emily Webb, accanto nientemeno che a Paul Newman e Frank Sinatra, in Our Town (La piccola città), un adattamento televisivo, in diretta, a colori e in forma di musical, del dramma di Thornton Wilder.

Invece Eva Marie Saint, nata in questo giorno, l'avremmo conosciuta, sempre nel 1955, sul grande schermo di Fronte del porto e lei, così fragile e apparentemente indifesa, l'avrebbe bucato. Notata dal regista Elia Kazan, uno che di attori se ne intendeva, l'esordiente già trentenne era stata scelta per la parte di Edie Doyle, sorella di una delle vittime del racket, colei che – assieme al sacerdote Barry (un grande Karl Malden) – induce Terry Malloy, lavoratore portuale ed ex promettente pugile, a “redimersi”. a deporre coraggiosamente in tribunale e a porsi alla testa del movimento di emancipazione. Poteva non essere costui il grande Marlon Brando in una delle sue prime prove maiuscole? 

Così Eva (che quivi ottenne l'Oscar come migliore attrice non protagonista) legò per sempre il suo nome a quello del “selvaggio”, come cinque anni dopo l'avrebbe legato a quello di un altro divo, il Cary Grant di Intrigo internazionale (1959), anche se il suo nuovo e più imbarazzante mentore, tale Alfred Hitchcock, la rimodella completamente, trasformandola – con tanto di taglio di capelli ampiamente pubblicizzato – da dolce casalinga (i ruoli cui ci aveva abituato) in femme fatale, la seducente e algida spia Eve Kendall, che si innamora dello sprovveduto dirigente pubblicitario. Lei che era la donna non da desiderare ma da proteggere, si muta in quella da temere, secondo il noto misoginismo hitchcockiano.

Ma non era destinata a una grande carriera: troppo spigolosa come bellezza, troppo emotiva come recitazione, troppo tenera e sensibile per i canoni dell'epoca, troppo discontinua nei suoi rapporti con la produzione. Comunque la si apprezza nelle vesti della moglie incinta di un tossicodipendente veterano di guerra in Un cappello pieno di pioggia (1957, di Zinnemann); in quelle dell'ex fidanzata ancora innamorata di un uomo sposato in L'albero della vita (1957, di Dmytryk); in quelle della coraggiosa infermiera americana di Exodus (1960, di Preminger); in quelle della donna che si innamora di un perdigiorno, che la mette incinta e poi la abbandona, in E il vento disperse la nebbia (1962, di Frankenheimer). Tutti ruoli che le sono consoni, ai limiti del melodramma.

Dagli anni '70 si consegna, come tante e tanti, quasi esclusivamente al piccolo schermo, quasi un ritorno alle origini, ma in occasioni molto meno singolari. E i suoi occhi sapientemente strizzati si fanno sempre più imperscrutabili.