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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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L'altra faccia delle lune

L'altra faccia delle lune

La voce degli altri

Non si poteva certo definirlo un sincero democratico, per sua stessa ammissione, ma Carlo Romano, nato in questo giorno, è stato – almeno per chi ha una certa età – una presenza indimenticabile e soprattutto inconfondibile nel cinema italiano, vuoi per il fisico pacioso (che celava un che di mellifluo, maligno e inquietante) vuoi per la voce altrettanto rotonda, roteante, gorgogliante. Voce sempre riconoscibile, ma al tempo stesso, nella sua duttilità, dalle infinite sfumature, tali da riservare sempre qualche sorpresa.

Sbarazziamoci – si fa per dire – dell'attività di interprete per il grande schermo, una novantina di pellicole tra il 1932 (L'ultima avventura, di Camerini) e il 1974 (Il venditore di palloncini, di Gariazzo); non molti i titoli memorabili, ma quei pochi abbastanza indelebili, come i suoi torvi baffetti o i suoi scarsi capelli impomatati.. Ricordiamo Cavalleria rusticana (1939, Palermi), Quattro passi tra le nuvole (1943, Blasetti), I pagliacci (1943, Fatigati), La vita ricomincia (1945, Mattòli), Campane a martello (1949, Zampa), Domani è troppo tardi (1950, Moguy), Prima comunione (1950, Blasetti), Luci del varietà (1950, Lattuada e Fellini), Cinque poveri in automobile (1952, Mattòli), La domenica della buona gente (1953, Majano) e soprattutto I vitelloni (1953, Fellini) ove, nei panni del commerciante di oggetti religiosi Michele, si ritrova – cosa che molto lo aggrada – marito di Giulia, la rediviva Lida Baarová, già amante di Goebbels e condannata a morte per collaborazionismo, e La spiaggia (1954, Lattuada), ove dà il suo buon contributo all'ipocrisia dei villeggianti borghesi in quell'alberghetto rivierasco nei confronti della povera Martine Carole.

Trascurando l'attività di soggettista e sceneggiatore (senza infamia e senza lode, anche se mette mano a I giorni contati di Petri e a La cuccagna di Salce) quella radiofonica (oltre trent'anni) e televisiva (tra prosa e varietà), è il doppiaggio a risultare l'attività predominante, svolta per oltre un quarantennio, tanto da essere ritenuto il più grande doppiatore italiano di sempre insieme a Emilio Cigoli e a Giuseppe Rinaldi.

Anzitutto è la voce ufficiale di Jerry Lewis, con il quale pienamente lo identifichiamo, e prima ancora di Lou Costello (alias Pinotto), e poi, per restare tra i comici, di Chico e Groucho Marx, Bob Hope, Red Skelton o più tardi Louis de Funès, Bourvil e soprattutto il Fernandel di Don Camillo. Ma riesce anche a far rivivere in voce duri e vilain, quali Rod Steiger, Eli Wallach, Peter Lorre, Karl Malden; può essere indifferentemente l'Ernest Borgnine di Marty e il Peter Sellers di Il dottor Stranamore, il Fred Astaire di Cappello a cilindro e il Charlie Chaplin di La contessa di Hong Kong o il Nigel Bruce dottor Watson nella serie Sherlock Holmes, nonché – indimenticabile – l'Hitchcok di Alfred Hitchcock presenta. Anche nei film d'animazione la sua voce è una presenza costante: dal Grillo Parlante di Pinocchio al Cappellaio Matto di Alice nel Paese delle Meraviglie, sino al suo ultimo lavoro, il Nick Carter di Gulp! (“fumetti in tv”).

E l'ultimo chiuda la porta!