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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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L'altra faccia delle lune

Con un'anteprima di beneficenza a Los Angeles (alla presenza dell'unica sopravvissuta, Olivia De Havilland: incredibile, lo è ancora oggi, alla veneranda età di 99 anni) torna sugli schermi in 35 sale americane (destinate forse a diventare 200 dopo la prima settimana di proiezioni) l'edizione restaurata di Via col vento (1939, di Victor Fleming), costata alla New Line Cinema oltre un milione di dollari.

Non è certo la prima volta che il film fortemente voluto, e in pratica firmato, da David O. Selznick riaffronta le platee: è accaduto nel 1954, nel 1961 (formato ”panoramico”), nel 1967 (versione a 70 mm, che ovviamente elimina una striscia dell'immagine originale). Ciò che conta è che in questa occasione, oltre a digitalizzare il colore, si torna finalmente allo storico formato 1:1,33, buffamente definito dagli sponsor come quello “più grande”. La stessa operazione di rilancio è annunciata da parte della Warner Bros per Il mago di Oz (1939, di Victor Fleming) il cui restauro, più complesso, ammonta a due milioni di dollari. I due film, singolarmente “diretti” dallo stesso regista, vengono presentati come “novità” a tutti gli effetti.

Fin qui le cronache. Fatto sta che, ogni volta che compare – non foss'altro che in tv, sulle reti Mediaset, pur se interrotto da continui spot –, il film più romantico, pseudostorico e reazionario della storia del cinema, fa il pieno, ben occultando le proprie rughe grazie a un lifting che definiremmo emotivo, e mettendo d'accordo un po' tutti: nordisti e sudisti d'ogni latitudine e colore.

Oddio, il termine “colore” va preso con le pinze. Alla prima proiezione avvenuta ad Atlanta in Georgia il 15 dicembre 1939 non poté prendere parte Hattie McDaniel (la favolosa “Mammy”, che pur avrebbe vinto l'Oscar quale miglior attrice non protagonista) per via delle leggi razziali all'epoca in vigore in Georgia. L'attrice afroamericana (ma allora si diceva “negra”) «offrì una interpretazione così persuasiva nel ruolo di Mammy stereotipa e fedele, ossia (diremmo noi) di serva sciocca, che i maneggioni dei premi dell’Accademia chiusero un occhio sul colore della sua pelle e, per la prima e unica volta nella storia dell’istituto, le assegnarono un Oscar. Parecchie degne persone in America ritennero allora che la McDaniel avrebbe dovuto rifiutare la ricompensa, per protesta per il personaggio umiliante che era stata costretta a interpretare», scriveva Ugo Casiraghi, nel 1949, dopo che il 3 novembre 1948 il “chilometrico” film – con Mammy doppiata alla “zì, badrone” – finalmente era apparso in Italia, diventando presto un cult anche presso di noi.

Tanto cult che, nel suo altrettanto fluviale ma ben altrimenti connotato romanzo La storia, Elsa Morante commise un falso ideologico: far assistere al film i suoi personaggi, per una vicenda che termina nel 1947, e per di più – se non ricordiamo male – chiamare “Rossella” una gatta del libro.