Malatempora

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Billy Lynn e i paradossi del presente

Perché, alla fine, il giovanissimo Billy Lynn, incoronato eroe nazionale per aver difeso in un coraggioso corpo a corpo il suo sergente Virgil “Shroom” Breem (Vin Diesel, in un ruolo-carriera che meriterebbe, da solo, molte righe), decide di tornare nell’Iraq della neonata Guerra al Terrore (siamo nel 2004) assieme ai suoi commilitoni della Bravo Squad, nonostante le preghiere della sorella, le sirene dello storytelling hollywoodiano e ben consapevole del fatto che ogni “going back” potrebbe non essere seguito da un ritorno? Verso dove sta davvero camminando – per evocare il titolo originale, Billy Lynn's Long Halftime Walk – nel finale che lo allontana da tutto questo?

Se il nuovo film di Ang Lee fosse un film “facile” (e non lo è di certo), le conclusioni potrebbero essere due: sceglie di tornare perché – come gli ha spiegato, nel sottofinale, il fantasma di Shroom – appartiene ormai a quel luogo, a quella guerra, a quel plotone – è ormai diventato un soldato (che deve qualcosa, per poesia, innocenza e potenzialità salvifiche, al Roland Bozz/Colin Farell di Tigerland, 2000); oppure, premendo sul pedale dell’ideologia (che sarebbe invece soltanto da sfiorare), Billy sceglie di tornare per un secondo turno in Iraq perché, dopo una faticosa camminata, da protagonista e dietro una serie complicate di quinte, nei meccanismi dello showbiz (l’halftime di una partita di football, nel Giorno del Ringraziamento, con tanto di esibizione delle Destiny’s Child, un film in cui metterci faccia e biografia, una serie interminabile di interviste in giro per il Paese), desidera mantenere pura e intatta la sua storia – non darla in pasto, dopo averne assaggiato il potere deformante (tutta la sequenza del travestimento e della coreografia durante il concerto del terzetto è un capolavoro), al tritacarne dell’immagine, un tritacarne che, lo sappiamo, dopo l’11 settembre si è nutrito di un’incessante e mai vista (per quantità) serie di “diplopie” visive, per citare un bel saggio di Clément Chéroux (Einaudi).

Tutto questo è senz’altro vero, ma anche insoddisfacente, soprattutto perché non spiega un paio di cose su cui Ang Lee insiste moltissimo: uno, la disseminazione costante di un regime della finzione, di un “recitato” che s’infiltra nei dialoghi e nei gesti, facendone quasi delle performance, azioni innaturali e da copione (esemplari i duetti tra Billy e la ragazza pop-pon o, per adeguamento autoironico al diverso codice di comportamento, i “pezzi” del sergente David Dime); due, l’avanti e indietro della coscienza del soldato dalle immagini del fronte a quelle che lo avvolgono e impacchettano nei codici del patriottismo a stelle e strisce. La sensazione – suggerita anche dall’apertura del film su un documento audiovisivo (del tutto parziale e provvisorio, si scoprirà) delle gesta eroiche di Billy – è che quella Long Halftime Walk abbia suggerito al giovane e “virginale” soldato qualcosa di più della “cattiva coscienza” dei media, qualcosa di cui forse non è neppure del tutto consapevole, ma poco importa; qualcosa che ha intimamente a che fare con la diversa “materia” di cui sono fatte le cose del mondo e le immagini. A ben vedere, infatti, durante la lunga giornata in tempo reale che occupa buona parte del film, gli è toccato di fare, da dentro, l’esperienza (diversamente bellica e traumatica) di essere immagine, di vivere la vita che vivono le immagini – di essere immortalato in un’immagine, e cioè di consegnarsi, e morire, nell’immortalità dell’immagine. Quando l’halftime finisce, non a caso, Billy è ancora lì, icona vivente e statua (opportunamente travestita per esigenze spettacolari), spossessato della propria vitalità: qualcuno deve allora risvegliarlo, richiamarlo da quell’irrigidimento cadaverico. In questo senso, l’insistito montaggio parallelo che Ang Lee istituisce tra il conflitto iracheno e il rutilante show mediatico-sportivo di cui sono protagonisti Billy e il suo plotone non funziona (se non all’apparenza) sulla base di un principio di affinità (da critica lineare al sistema dei media), ma, all’opposto, per contrasto: quello tra una versione dei fatti “piena”, originale, invisibile, e il suo scintillante deperimento visivo e narrativo, la sua progressiva astrazione mediatica.

Billy quasi sicuramente non lo sa (Ang Lee, invece, ne è di certo informato), ma qualcuno, nel lontano 1991, ha scritto – anche per il futuro – che le guerre al tempo dei (nuovi) media non hanno (più) luogo, non esistono davvero. Non lo sa ma lo sente, un po’ di più a ogni passo della sua halftime walk. Lo sente a tal punto da decidere, alla fine, di tornare in Iraq, negando il proprio statuto di testimone eroico di una guerra ancora da raccontare per testimoniare della difficoltà (dell’impossibilità?) di autenticare la testimonianza nei circuiti sovradimensionati dello spettacolo contemporaneo: un gesto di chiusura suicida (perché potenzialmente suicida è il suo ritorno al fronte), una corsa verso una mortalità senza storia, in direzione opposta e contraria alla logica dell’immagine. È a questa cosa – verso la cosa, la sua ottusità, la sua imprendibilità – che Billy, alla fine del film, sceglie istintivamente di tornare – dicendo “ti amo” a un gruppo di soldati (che, uno a uno, ricambiano): la frase più abusata del mondo, ma che solo loro possono davvero capire. Un bel paradosso, tutto considerato – per il war movie, per la storia americana, per la società statunitense dei media, per la cultura visiva contemporanea. Ma uno di quei paradossi che aiutano a pensare il presente.