Malatempora

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House of Cards, damnation memoriae

 

Nell’antica Roma, che l’ha regolamentata con estrema precisione, la pratica della damnatio memoriae prevedeva la radicale cancellazione del condannato dalla vita pubblica: il suo nome, rimosso da eventuali documenti ufficiali, diventava impronunciabile, le sue gesta passate, più o meno importanti, scomparivano nel nulla, le sue immagini venivano proibite – l’abolitio effigium toccava addirittura la sfera privata, col divieto, da parte dei familiari, di conservare anche un solo ritratto del congiunto. E quando la condanna toccava un imperatore, l’operazione, sul piano visivo, poteva condurre anche ad altri provvedimenti, come sanno bene gli storici dell’arte: nel caso della statuaria, in particolare, si procedeva o a staccare la testa dal resto del corpo, per sostituirla con quella del successore, oppure la si mutilava e se ne rimodellavano i tratti in quelli di un altro soggetto.

 

A Kevin Spacey (all’immagine di Kevin Spacey), nell’ultima stagione di House of Cards, succedono entrambe le cose, dopo il precedente “metamorfico” di Tutti i soldi del mondo (la testa di Christopher Plummer idealmente installata sulla sua figura): oltre a una radicale rimozione della sua effige – neppure una foto in lontananza, e dire che si tratta pur sempre di un ex presidente degli Stati Uniti –, nell’unica immagine in cui si riconosce il suo corpo, composto in una bara, i bordi dell’inquadratura (si tratta di una fotografia pubblicata su un giornale) tagliano via la testa, tenendo in campo solo quella della moglie, Claire, piegata sul defunto in un gesto di dolore. E lo stesso servizio viene riservato alla voce dell’ex Presidente (problema che i romani non dovettero affrontare): del nastro su cui Francis, poco prima di morire, ha inciso una lunga confessione (che, tra le altre cose, potrebbe seriamente danneggiare la posizione della moglie), non viene fatto ascoltare neppure un secondo. Vi ha accesso, via cuffie, solo Doug, che ne ripete il contenuto (con un effetto peraltro piuttosto comico): la voce del fedele servitore al posto di quella originale, un’altra forma di decapitazione e di sostituzione.

 

Anche se la procedura più violenta resta, naturalmente, quella messa in opera da Claire: che si riappropria del proprio nome da nubile, Hale, anche per passarlo alla figlia (la damnatio memoriae vietava ai discendenti di assumerne il praenomen del condannato), e, tra oblio privato e condanna pubblica dell’uomo con cui ha scalato il sistema politico americano, non lascia intatta neppure una memoria. E quanto appare curioso (per non dire altro), ripensandoci adesso, il morphing con cui Frank, nei primi episodi della quinta stagione, si diverte a fondere il proprio volto con quello di Claire, avanti e indietro. Non sa ancora che, di lì a poco, i suoi tratti si sarebbero trasformati in quelli della consorte, senza nessuna possibilità di ritorno.

 

A ben vedere, l’unica ragione per guardare questa sesta e ultima stagione di House of Cards – scritta da un manipolo di sceneggiatori che meriterebbero, loro sì, un giusto oblio, e spiace che David Fincher sia rimasto in produzione – risiede proprio nell’operazione che essa compie sul corpo, il volto, l’immagine e, quindi, la memoria di Kevin Spacey, via Francis Underwood. La radicalità con cui le otto puntate della stagione esercitano l’abolitio effigium è sconcertante, e se il personaggio muore (deve morire), fuori campo, prima che tutto abbia inizio, è solo perché all’attore è stata confiscata anche la più piccola forma di esistenza visiva: vero e proprio omicidio in diretta, che ogni immagine, ogni singola immagine, afferma e perpetua, facendo di questa stagione una curiosa e in parte involontaria operazione di sovrimpressione, un antimonumento in cui la messa al bando del personaggio finisce per imporlo come un classico presente-assente da tragedia greca.

 

Finale di stagione – in tutti i sensi – quanto mai appropriato per un attore (che  all’esistenza fantasmatica dell’immagine consegna giocoforza la propria realtà) e, insieme, dimostrazione plastica della violenza con cui agisce l’ideologia MeToo, il ghost writer della serie, o quel che ne resta (le idee del “movimento” sono ormai più confuse di quelle di un ministro dei trasporti italiano): non processando, che sarebbe troppo giusto e in fondo impegnativo, soprattutto se si tratta di dare voce all’accusato (che, nel caso di Spacey, resta, al momento, solo questo), ma accecando. Qui, a ben vedere, a differenza di quanto accadeva tra i romani, la damnatio memoriae arriva prima, e chiude tutto, senza appello: una scancellatura furiosa e impaziente, che dice della voglia del “movimento” di mettere a tacere, soffocare, decapitare. Del resto, immaginando un girone infernale degli attori, la rimozione del volto – l’oggetto dello sguardo del fan, il centro ottico ed emotivo del legame col pubblico, il “primo piano”, anzi l’unico – vi potrebbe in effetti figurare come la condanna suprema. Circolare, circolare, non c’è (più) niente da vedere.

 

Di Kevin Spacey restano, grazie alla foto della decapitazione, soltanto le mani che, versione chiastica di quelle del cadavere di Kevin Costner ne Il grande freddo, non iniziano ma chiudono una carriera. Da celebrity a corpse il delitto è quasi perfetto. Quasi: perché si lascia dietro un pasticcio di proporzioni epocali (macchie di sangue dappertutto, armi del delitto sparse in ogni stanza), perché finisce per fare dello spettatore un complice (via via che egli accetta di guardare il vuoto visuale in cui è stato dissolto l’ex presidente) e perché si esercita con furia puritana all’interno di una serie che ha costruito il proprio successo sul fascino del male, sull’attrazione per la corruzione, sull’eccitazione per l’omicidio di cose, persone e valori. Ma, si sa, le condanne dei colpevoli che si credono innocenti sono sempre le più ottusamente feroci. Soprattutto oggi, nella Hollywood del MeToo.