Malatempora

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Il surf e gli scacchi

Non so bene quanto possano valere, in termini di spread culturale, la chiusura di un bimestrale di letteratura non facile da reperire e che forse, anche per questo, leggevano in pochi (il suo motto, del resto, era un aforisma di Kraus: “Dove troverò il tempo per non leggere tutto questo”?) e quella, quasi contemporanea, di una collana di testi “universitari”, roba difficile, da nicchia culturale, anche questa per pochi (ma distribuita bene). Forse, esagerando, un paio di punti, anche se il primo funerale s’è meritato un pezzetto sulla terza pagina del “Corriere” (il secondo, invece, non sarà mai davvero celebrato, se non nell’intimità delle “politiche aziendali”).

Del resto, l’ottimismo digitale porta consolazione, con la riparazione dietro l’angolo: per ogni rivista cartacea che muore, potete star certi che, da qualche parte (che non diventerà mai un luogo), ne stanno nascendo almeno tre in formato digitale; per ogni collana di libri in carta e costa che chiude a causa di un bilancio in profondo rosso, tre editori stanno scegliendo la strada apparentemente più economica e meno rischiosa della conversione in e-book, tanto, ormai, “abbiamo tutti il tablet”.

Non è questa la sede per tornare sulla questione di sfondo, ma solo gli ingenui dalle dita stanche e dagli occhi ormai mesmerizzati dal computer (questione propriamente fisica, vedi de Kerckhove) possono non accorgersi che la versione digitale di qualsiasi cosa non è mai, semplicemente, la migrazione di un contenuto (una rivista, un libro) da una piattaforma a un'altra, da un dispositivo a un altro, da un modo di fare a un altro. Di mezzo c’è una traduzione, e quindi l’essere delle cose. Trattandosi di una rivista e di una collana editoriale, un diverso modello culturale: analogico o digitale. Cambio di paradigma, salto di qualità: una rivista diventa un’altra cosa, e così pure un libro. Non sono più – e io non leggo più, anzi, non faccio più – la stessa cosa. Del resto, come già faceva notare Deleuze nel 1990, “Non c’è luogo dove il surf non abbia già sostituito i vecchi sport”.

Ma i lati “mala” della chiusura di “Pulp” (dopo diciassette anni) e dell’estinzione della costola universitaria della Bruno Mondadori (quella che a noi “di cinema” ha portato in Italia libri meravigliosi e invendibili come Fra le immagini di Raymond Bellour), sono altri. Altri due, per restringere il campo.

Il primo: proprio perché è impossibile trovare il tempo per non leggere tutto questo, a qualcuno spetta il delicato compito (assolutamente analogico) di segnare una differenza rispetto al tutto. Si chiama critica, si esercita (bene o male, non importa) in rapporto al tutto, ma, per forza, da un’altra parte, in un luogo da poter abitare (e cioè: a misura d’uomo), fatto di poche stanze dove ci può entrare solo un pezzetto di “tutto questo”. È la critica nella sua versione basic ma – tanto più oggi – fondamentale: un gesto di selezione e di ordinamento, secondo un logica. Che non ha niente a che vedere col modello digitale.

Secondo lato: chiunque abbia lavorato nell’editoria in un qualsiasi ruolo diverso da quello dell’autore, sa che il sinonimo più comune e “storicizzato" di “fare un libro” è cucinare. Per cucinare bene ci vuole una truppa di gente preparata ma, soprattutto, al vertice, un bravo chef. Nella cucina dei libri si chiama editor o, meglio, si chiamava. È la specie in più rapida via d’estinzione dell’editoria italiana, come ben rivela la stragrande maggioranza dei romanzi nostrani, che sarebbero meno deprimenti (e ‘”d’autore”) se l’Autore avesse potuto confrontarsi con questa specie di Super-Io della frase. Che sono, come la critica (del resto, esercitano una professione fondata sulla selezione), figure appartenenti a un modello analogico di cultura, fatto di corpi, cose, differenze, relazioni. Gente che, come il critico analogico, rende meno incerta la scelta di non fare certe cose. Gente che, al surf, preferisce indubbiamente gli scacchi.