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Malatempora

Malatempora

Logorroico Interstellar

(attenzione: spoiler!)

Nel nuovo film di Christopher Nolan, Interstellar, c’è tutto, o quasi.

Tutti gli Stati Uniti, il suo passato e il suo presente, la sua società, i suoi paesaggi, le sue aspirazioni, la sua cultura, il suo immaginario, i suoi archetipi.

C’è un pioniere - ridotto a guardiano - che è un contadino-astronauta, terra e cielo, western e fantascienza, e che partorisce un contadino e un’astronauta, destinati a combattersi come una destra e una sinistra, due versioni dell’America e del suo sguardo - il contadino guarda giù, l’astronauta guarda in su; il primo pensa alla propria famiglia, il secondo alle generazioni che verranno.

C’è la recessione di oggi, ma fotografata secondo l’iconografia anni Trenta dei reportage della Farm Security Administration; c’è la Nasa nascosta nel nulla delle pianure malate come l’Area 51, e che protegge la verità contro la riscrittura della storia e dei libri di scuola voluta da un governo reazionario per educare nuove generazioni di agricoltori e cacciatori di cibo, senza grilli e stelle e pianeti per la testa, perché il problema adesso è il cibo, anche se si sa bene che la terra si sta consumando, è una polveriera di sabbia che mangia se stessa; ci sono le pianure dell’Ovest, mitiche e disfatte, qualche scampolo di contemporaneità e le città da rifondare o forse ancora da fondare. Droni indiani persi nel nulla, il baseball, la scuola e i test d’intelligenza per l’accesso al college.

L’ouverture - 40 minuti mal contati - è, a dire il vero, bella e promettente, cubista e senza tempo, un po’ Metropolis e un po’ Ford. Promette un film obamiano. Matthew McConaughey s’è risciacquato il birignao nei torrenti puliti delle great plains e si può quasi guardare.

Ma tra il dio dei cieli e quello della terra (e poi, a un certo punto, dentro un lungo montaggio alternato e infuocato, di dramma e distruzione, “come in cielo e così in terra”), tra l’America che civilizza e quella che scopre, tra treno e astronavi Interstellar - ed è uno dei suoi problemi - non sceglie davvero, limitandosi a barattare la messa in scena per la celebrazione dello spirito di sacrificio del pionierismo americano, che è tanto di terra quanto di cielo, a seconda del momento e delle guerre in corso e dei presidenti di turno.

Una grande chiamata alle armi, interstellare, in cui - come da copione classico, classicissimo - il sacrificio del singolo salverà il mondo: la cultura è ancora (ancora!) quella dell’eroe duro e puro e in cerca di riscatto, piuttosto lonesome, nella fattispecie pure padre e single (pionieri donne mica ce n’erano), il quale ci mette due minuti e mezzo e il primo insostenibile blablabla parascientifico del film (gravità, relatività, buchi neri, stringhe e altre cose messe lì a caso, tra l’esotico e l’esoterico) a convincersi che sì, deve partire, ci sono un piano A e un piano B, ma naturalmente, essendo eroe (lo sa lui e lo sa lo spettatore, gli altri si attengono ai due piani), senz’altro salterà fuori il C (così è).

Si parte. E ti aspetti e auguri che i viaggi interstellari firmati Nolan - avendo sulle spalle i due generi americani per eccellenza scomodati nella prima parte - possano riportare al film qualche promessa (mancano ancora due ore alla fine). Ok, c’è 2001 (anche nello “stacco” iniziale, terra e cielo), di cui Nolan non ha però imparato la lezione fondamentale (poche parole, immagini piene); c’è Contact, che alla fine salterà in mente a tutti come il film da riguardare e rivalutare; e c’è - purtroppo per Interstellar - Gravity, che è un capolavoro e giusto l’altro ieri ha riscritto i codici della rappresentazione del genere spaziale, e che in due inquadrature (Clooney perso nel vuoto, il piede della Bullock che tocca Terra) si mangia queste tre ore di tutto o quasi.

Ma c’è anche Inception, messo lì male, con Nolan che parla a se stesso da un altro film, come fa il protagonista, Cooper (Alice nel...), una volta scivolato nella quinta dimensione. Che non è creata da “loro”, come fin lì si è creduto e detto, ma da noi, noi genere umano in via di estinzione: il sacrificio finale di Cooper, l’atto d’amore per la figlia e il mondo, è anche un contro-campo della finitezza della realtà, che dice, in fondo, che siamo meglio di così, che là dove ci sono dei limiti, magari, apparentemente, invalicabili, anche lì possiamo arrivare, basta crederci - siamo dio e siamo “loro”, e possiamo governare tutte le dimensioni del mondo.

Siamo, ancora e sempre, pionieri, è non c’è wilderness (la Natura, spiega Amelia Brand, non è malvagia) di terra e cielo che possa fermarci. I due finali chiudono il cerchio della celebrazione: famiglia numerosissima attorno al letto della figlia morente e un accenno di commedia romantica. Mentre il blablabla continua e continua, son passate quasi tre ore e non c’è stata una sola immagine silenziosa, che bastasse a se stessa.

In breve: la celebrazione più logorroica che il cinema americano abbia mai partorito.