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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Ping Pong

Ping Pong

Una storia vera (15)

Mi fermo anch'io sulla scena del cervo e della signora ammazzacervi (un record, tredici in sette settimane): perché è la scena più apertamente lynchiana del film e perché mi sembra che Lynch la risolva nella maniera meno lynchiana o anche nella maniera più antilynchiana.

Dopo che abbiamo sentito, fuori campo, il botto della macchina che investe il cervo, Alvin scende dal tagliaerba. Dietro di lui c'è una pianura brulla (mai vista prima così, senza coltivazioni) e proprio vicino al suo rimorchio si alza un cartello triangolare su cui sta scritto l'avvertimento: “NO PASSING ZONE”. Viene subito in mente un altro cartello cinematografico, quello che sta nella prima immagine di “Quarto potere” di Orson Welles dove c'è scritto “NO TRESPASSING”. Avvertimenti che ovviamente il cinema non rispetta: il cinema è fatto per andare a vedere, non per fermarsi davanti a un divieto di accesso.

Anche Alvin va a vedere e si trova appunto in una zona di oltrepassamento della normalità, una di quelle zone in cui le regole del mondo com'è non tengono più e le cose sono altre, funzionano secondo modi e sregolatezze non più comuni (che sono poi le zone più frequentate dal Lynch lynchiano, zone che lui conosce bene). La signora investe cervi su cervi, non c'è modo di scansarli. Quando arriva in questa 'no passing zone', c'è un cervo che l'aspetta, che lei investe e che continua settimana dopo settimana a investire.

Alvin le chiede se ha bisogno d'aiuto. Lei non vuole aiuto, vuole solo sfogarsi: e Alvin non dice una sola parola. È l'unico episodio del film, l'unico incontro in cui Alvin non parla, sta zitto ad aspettare che lei abbia finito (così può portarsi via il cervo...) e che si chieda perplessa “Where do they come from?” guardando la pianura improvvisamente arida, desertica e incolta, con solo qualche scheletro d'albero.

Già, da dove saltano fuori i cervi. La signora non ha una risposta: che è, in verità, piuttosto facile. Se li porta dentro lei, questi fantasmi, cerca di eliminarli ogni volta e ogni volta tornano fuori dal deserto. Non sa fare i conti con il suo passato che è esattamente quello che invece Alvin sta facendo nel suo viaggio. Lynch non mette nessuna sottolineatura lungo la scena del cervo e trova il modo per uscirne in maniera splendida con quella immagine finale che riassume il modo, del tutto diverso, che ha Alvin di misurarsi con i suoi cervi, quelli con cui deve anche lui confrontarsi, da una vita.

La larga e ben studiata inquadratura conclusiva mette sulla sinistra una casa di legno malmessa e sbilenca: pronta a prendere fuoco, come è successo alla casa di Rose e come succederà di qui a poco nell'episodio che sta per arrivare. Poi c'è Alvin accanto al fuoco di bivacco (un altro fuoco, controllato però) che si cuoce una bella bistecca di cervo (Alvin i suoi cervi se li mangia). E dietro ad Alvin ci sono tanti altri cervi (immobili, impagliati, presenti ma resi ormai inoffensivi) e sulla destra c'è il tosaerba con il rimorchio che porta sulla fronte le corna del cervo investito dalla signora a cui Alvin non ha detto neanche una parola. Alvin ne ha tanti di cervi con cui vedersela, lo sappiamo. Li ha tirati fuori parlando con le persone che ha incontrato. E di qualcuno deve ancora parlare, deve ancora riportarlo in superficie – in special modo uno, molto doloroso, quel soldatino di Milwaukee suo commilitone. Il suo viaggio serve anche a questo, a fare i conti con i suoi cervi (noi diremmo con i suoi cadaveri nell'armadio).

Per finirla con i cervi, mi è sempre parso bello che Alvin, i suoi cervi, non li mangia, se li porta in giro con sé, li ha ben presenti, ce li ha, impagliati, dietro le spalle. Quello che si cuoce al fuoco e si mangia è il cervo ammazzato dalla signora...

Lungo schermo nero. Alvin in viaggio. Le corna del cervo investito e mangiato come trofeo sul rimorchio. La terra coltivata, non il deserto, e un grande incendio. La prima immagine è di un fuoco violento visto da vicino: e il fuoco, lo sappiamo, è uno dei cervi di Alvin. Poi la seconda immagine, molto più aperta e più larga, che mostra in primo piano cinque persone comodamente sedute su delle sedie da giardino che guardano, oltre la strada, lo spettacolo dei pompieri al lavoro per una esercitazione, per spegnere l'incendio di una capatepecchia di legno abbandonata, un po' come quella che Alvin aveva dietro di sé mentre cuoceva la bistecca. Inizia così l'episodio più lungo del film, organizzato su diversi momenti e centrato su un tema fondamentale, quello dell'accoglienza dello sconosciuto, di chi arriva su un tosaerba, viene da lontano e ha ancora parecchia strada da fare.

Alvin, con gli incendi (non sa che questa è una esercitazione), con il suo cervo dell'incendio, non è ancora capace di controllarsi. E infatti...