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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Ping Pong

Ping Pong

Una storia vera (16-18)

16. Fabrizio Tassi

Dopo il fuocherello acceso al minuto 57 (l'ennesimo bivacco da cowboy), arriva l'incendio del minuto 58.

Tra i due - per legarli e contrapporli, mentre si prepara l'effetto sorpresa - ci sono un lento carrello sui campi, un lentissimo camera-car (tagaliaerba-car), un poetico volo a planare sui boschi… Ma in dissolvenza incrociata, ecco le fiamme che riempiono l'inquadratura e devastano una casa. Allarme, pericolo, paura.

Uno stacco in campo lungo (anzi lunghissimo) ci rivela che  l'incendio è uno spettacolo: cinque spettatori comodamente seduti contemplano le fiamme dall'altra parte della strada, placidamente domate da un gruppo di pompieri. L'incendio che divampava in primo piano torna ad essere un piccolo, lontano, pacifico "bivacco".

L'inquadratura è formidabile, così come lo scarto emotivo provocato nello spettatore, la tensione che si sgonfia e si dilata nel tempo e nello spazio come una rivelazione. E qui ognuno può scegliersi il senso che più gli piace. Il gioco-dialogo di Lynch col suo stesso cinema (ne abbiamo già parlato). Il discorso sulla realtà che è come la vedi ma che ha una sua evidenza che ci supera. La memoria del fuoco che ha distrutto la famiglia di Rosie.

Un campo e controcampo ci avvicinano ai cinque spettatori dotati di cannocchiale (e birre e ironia) e ai pompieri all'opera sulla capanna ("che era veramente brutta").

Al centro dell'inquadratura, però, laggiù in fondo, avanza Alvin, che non si avvede del cartello (noi lo vediamo in primissimo piano): c'è una discesa pericolosa per chi porta un rimorchio pesante. In un gioco di stacchi tra primi piani e soggettive traballanti in camera a mano, ci ritroviamo a precipitare con lui lungo la discesa, il tagliaerba viaggia a tutta velocità, l'asfalto corre veloce. Allarme, pericolo, paura.

I cinque spettatori lo notano. Visto da lì, Alvin è un affare piccolo e lontano in campo lungo (ancora più piccolo dell'incendio). Primissimo piano, strada, motore che va fuori giri, ed ecco l'incendio che torna dentro l'inquadratura, occupandola per intero, tornando ad essere (a sembrare) un pericolo mortale, eccolo addirittura dentro un primo piano in movimento, il tagliaerba è fuori controllo, per la prima volta siamo noi a guidarlo, vediamo il volante e il muso verde del John Deere che sfreccia sulla strada.

Ma dopo uno stacco in campo medio, visto di profilo, arriva la frenata. Alvin è salvo, inquadrato tra la casa in fiamme sulla sinistra e le corna di cervo sulla destra, tra il suo passato che brucia e il suo presente "eroico".

"Signore, è tutto a posto?". "Le è andata bene che non si è ribaltato". Lui lo sa, è spaventato e sudato, ansima, lo ritroviamo debole e indifeso, lui, il nostro eroe incosciente. 

"Le assicuro che non si può trainare un rimorchio di questo genere con un tagliaerba". Come se lui non lo sapesse. Non lo sanno ancora che Alvin è diverso da tutti gli altri. Che lui va controcorrente. I due uomini si stringono la mano. Alvin scende a fatica. Un signore anziano lo osserva con preoccupazione: ma come fa? Ma cosa fa?

Bisogna riparare il tagliaerba, toglierlo dalla strada, e mentre lo fanno la macchina da presa si sposta sui pompieri all'opera. Ecco di cosa stiamo parlando.

17. Bruno Fornara

L'episodio che parte con l'incendio-spettacolo e prosegue con l'accoglienza presso la famiglia, fino alla nuova partenza di Alvin, occupa una lunga parte del film. Circa 26 minuti, che è molto. Lo possiamo dividere scena per scena.

Quando Alvin riesce a fermare il tagliaerba, gli si fanno vicini gli spettatori dell'incendio. Uno di loro, Danny, conosce bene i tagliaerba, lavorava nel ramo, capisce che il mower è danneggiato, lo spostano nel giardino di casa, una grande casa con il prato davanti. La cinghia di trasmissione è rotta. Alvin dovrà fermarsi per sostituirla. Gli chiedono dove sta andando. A Mount Zion. È ben lontano, è nel Wisconsin, è oltre il Mississippi. Anche queste persone, come tutti, si sorprendono quando Alvin dice da dove viene, dove va, perché si muove con il tosaerba e per che motivo lo fa. E perché non ci va in macchina? Non ho la patente, dice Alvin. Va dal fratello che ha avuto un infarto. Gli chiedono da dove è partito e sono sorpresi che venga da così distante.

Il vecchio Verlyn chiede sapendo già la risposta: «Vieni da molto lontano, vero?». Alvin annuisce. Certo che viene da molto lontano, viene da tanto lontano quanto è lunga una vita intera: e questa è un'altra di quelle frasi che dicono due cose, una di superficie e un'altra di profondità.

Alvin è orgoglioso di dire che viene da Laurens, Iowa, e che è in viaggio dal 5 settembre, da cinque settimane. Ha dormito nel rimorchio? Alvin: «It's my rolling home», è la sua casa viaggiante, come i carri coperti dei veri coloni, dorme in un campo, non si muove di notte. Non ha paura? Alvin: «Ho fatto la seconda guerra mondiale in trincea. Perché dovrei aver paura a dormire in campo di granturco?». E viene così fuori un altro episodio della sua esistenza, la guerra. Accanto a Alvin, nell'inquadratura c'è sempre il vecchio Verlyn, vecchio quanto lui e, lo sapremo tra poco, anche lui soldato nella guerra.

Dopo questo interrogatorio, Danny offre ospitalità ad Alvin per la notte. Può accamparsi nel prato di casa. Durante il viaggio di Alvin, a segnare i rapporti con tutte le persone che incontra – salvo che con la signora ammazzacervi – sono due motivi. La sorpresa: chi è, da dove viene, dove va, come mai, perché viaggia sul tosaerba. E l'accoglienza: può restare qui, può passare la notte con qualcuno, nel campo con la ragazza incinta, tra i ciclisti, tra queste persone bendisposte anche con chi non conoscono. Il padrone di casa e la moglie gli tirano su una tenda, lei lavora il legno (come mia figlia, dice Alvin) e attacca alla tenda, con fare molto femminile, un rosso pesce di legno.

Si fa notte. Alvin si accende il sigaro, tira un bel sospiro soddisfatto, dev'essere contento di sé, guarda la casa con le finestre accese che si spengono poi fa quello che ha sempre fatto fin da bambino: guarda il cielo stellato, quel cielo stellato che ha aperto il film e che lo chiuderà.

[Inserto. «Da un pezzo si tacquero i gridi: / là sola una casa bisbiglia. / Sotto l'ali dormono i nidi, / come gli occhi sotto le ciglia. / Dai calici aperti si esala / l'odore di fragole rosse. / Splende un lume là nella sala. / Nasce l'erba sopra le fosse. / Un'ape tardiva sussurra / trovando già prese le celle. / La Chioccetta per l'aia azzurra / va col suo pigolio di stelle. / Per tutta la notte s'esala / l'odore che passa col vento. / Passa il lume su per la scala; / brilla al primo piano: s'è spento (...)». Pascoli, “Il gelsomino notturno”. La Chioccetta è la piccola costellazione delle Pleiadi.]

Schermo nero, poi è giorno e Alvin conta i soldi rimasti nel borsellino.

18. Fabrizio Tassi

Alvin conta i soldi che gli sono rimasti: “45. Solo 45 dollari” (siamo al minuto 65).

Uno stacco e lo ritroviamo in piedi a bussare alla porta col bastone. È grato per l'ospitalità ma non vuole essere invadente. Tiene una certa distanza tra sé e quella casa, l'intimità domestica di quella famiglia (per Alvin l'intimità domestica è una cosa preziosa, quasi sacra).

Ha bisogno del telefono ma non ha nessuna intenzione di entrare. Il padrone di casa insiste, è un po' sorpreso dalla sua ostinazione, ma poi va a prendere il telefono e glielo porta fuori, in “casa sua”. Alvin è in viaggio e lì vuole rimanere, la sua “domestica intimità” la porta addosso.

Chiama sua figlia (ha bisogno dei soldi della pensione) e noi ci ritroviamo in casa con Rose, la sua casa, la nostra casa: “Sono così contenta”, dice lei, e la sua immagine è associata a quell'altra famiglia, che guarda Alvin dalla finestra. Lui non vuole entrare, noi invece stiamo lì ad ascoltare: “La riparazione gli costerà parecchio”; “Poteva rimetterci la pelle”; “Non sta tanto bene”.

Alvin sta usando un cordless, la sua Rose invece ha un vecchio telefono e deve allungare il filo per andare a cercare una matita: il filo attraversa tutta l'inquadratura, è come se fosse il segno del loro legame, solido, concreto, che si può allungare e deformare ma non si spezza mai. Alvin se la ride, è un momento di simpatica domestica intimità, come ne ha vissuti tanti con sua figlia.

“Le colline aumentano andando verso il Mississippi”, dice in montaggio alternato l'uomo che l'ha ospitato (che magnifico uomo!). Sua moglie lo bacia, prima ancora di dire qualcosa, e noi li amiamo tutti e due: è gente d'altri tempi, proprio come Alvin, generosa, vera. “Potresti accompagnarlo in auto”, dice lei, proprio quello che lui vorrebbe sentirsi dire. Che bella umanità in questo film di David Lynch! “Sei un brav'uomo Danny, ti ho sposato per questo”. Affetto, calore.

“Mi manchi, papà”, dice Rose, dopo uno stacco, “Ti voglio bene”, risponde Alvin, con la mdp che si avvicina appena, per sottolineare il sentimento. Ancora più affetto, ancora più calore. “Ciao papà”, dice alla fine Rose, quando ha già attaccato il telefono, l'emozione (un'emozione semplice, domestica, quella procurata dalla lontananza della persona che ami) è troppo forte per essere contenuta dentro lo spazio di una telefonata, e David Lynch vuole prolungarla almeno un po': anche Alvin rimane col telefono in mano, muto, e sorride con le lacrime agli occhi. È bello avere qualcuno da amare.

Stacco. Il dettaglio del telefono appoggiato per terra sopra un po' di banconote. Il telefono costa e Alvin ci tiene a pagare. Lo ritroviamo in giardino, dove si è accampato. Danny lo raggiunge e chiede ospitalità, prende una sedia, è "in casa di Alvin", là fuori, anche se è nel suo giardino.

I due uomini si apprezzano senza troppe smancerie, il non detto passa chiaramente attraverso le parole che si dicono: il costo della riparazione, l'offerta di accompagnarlo in auto. Lui ovviamente rifiuta (cortesemente): "Grazie, ma voglio andare fino in fondo a modo mio". Danny è dispiaciuto ma lo capisce benissimo, lo ammira. Prova ad accendersi una sigaretta, dentro un silenzio denso, pieno di significato: sembra davvero di vivere in altri tempi (in un altro modo di vivere il nostro tempo?), quando i silenzi avevano un valore, non erano il segno del vuoto diffuso, il rumore della mancanza di senso. Alvin lo aiuta col suo sigaro. Sono seduti uno accanto all'altro. Danny ci riprova: "Le colline sono molto alte". E Alvin: "Tu sei un uomo molto gentile, ma stai parlando a un uomo molto testardo".