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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Ping Pong

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Una storia vera (8)

8.

E adesso che diavolo fa? Dopo la scenetta del grabber (al minuto 21'30"), ritroviamo Alvin intento a lavorare (ancora!): lubrifica un giunto, sotto lo sguardo interrogativo e silenzioso della figlia. E' lei (è la nostra curiosità) a unire le due immagini che Lynch si diverte a tenere separate, per amplificare la sorpresa in arrivo. Quando si allarga l'inquadratura, finalmente capiamo: quel matto di Alvin ha deciso di unire un tosaerbe a un rimorchio troppo pesante, troppo grande, troppo pericoloso da trascinare per le strade d'America. La commedia sta per cedere il posto all'epica, all'avventura (umanista).

Ma intanto lo stacco ci scaraventa dentro un rumore cupo e l'apparizione di un mostro nella notte. Anzi no, non è un mostro, sono solamente dei silos. Però visti così, dal basso, mettono addosso una strana inquietudine. Ha ragione Bruno Fornara:  "Una storia vera" è un film in cui le cose sono come appaiono (il mondo non è il simbolo di qualcos'altro, la vita non è metafora), e Lynch si diverte anche un po' a prendersi in giro. Ma è pure vero che Lynch è sempre Lynch, e anche senza apparizioni spaventose in cui incarnare le paure, anche senza i consueti labirinti visivi in cui liberare i fantasmi della mente, di certo non mancano i terrori, i dolori, le angosce, riportati alla loro realtà quotidiana, alla loro evidenza immediata. 

Il controcampo dei silos è l'immagine pacifica di un vecchio e di sua figlia laggiù in fondo, quasi fossero inquadrati dal mostro-totem bonario che veglia su di loro. Il viso di lei è bellissimo, illuminato dalla luna. Alvin riporta le cose alla loro concretezza, come sempre: il rumore è quello del grano sollevato, non c'è nulla da temere. "E' tempo di mietitura", ribadisce lei, che prova a riportare la conversazione sul tosaerbe, il rimorchio, quel viaggio assurdo. "Rose, devo andare da Lyle", dice lui, semplicemente, indiscutibilmente. Anche il suo viso  è bellissimo in quella luce. Stanco, malinconico, ma ispirato: "Credo che tu possa capire". Certo che capisce. Lo capiamo tutti. 

Eccolo Alvin, che guarda in su e gli brillano gli occhi: "Guarda il cielo, Rose". E noi siamo lì, commossi, per la luce negli occhi di lei, per l'espressione di lui (l'affetto, la gioia semplice), mentre osserva le stelle che luccicano dentro lo sguardo di Rose. Cos'è il cielo? La parte migliore di noi? Le nostre aspirazioni? Gli ideali, le emozioni quelle vere, le cose che contano, la bellezza, l'al di là, l'altrove, il di dentro squadernato là fuori? 

E se il cielo stellato fosse semplicemente un cielo stellato? Non è già tanto così?

Il buio del cielo si accende in un'alba. E' sempre un bel giorno per ricominciare a vivere.

(leggete qui i primi 7 capitoli)